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I titoli dei Post hanno un link di riferimento al tema trattato

I Debiti sovrani che spaventano il Fmi

Torino, 18 aprile 2011
Si è  sempre parlato della guerra delle valute come figlia della situazione "comparata" tra debiti sovrani.
Nell'ultimo World economic Outlook dell'Fmi a Washington Olivier Blanchard il capo economista del Fondo monetario, ha lanciato l'allarme sulla sostenibilità fiscale (dei conti pubbblici) e finanziaria (banche dissestate) dei paesi membri del club di Bretton Woods come elementi di pericolo, oltre al rialzo dell'inflazione, che possono far deragliare la fragile e disallineata ripresa economica al 2,5% nelle economie avanzate e del 6,5% in quelle emergenti.
Che succede, dunque, nei conti pubblici dei paesi membri dell'Fmi? Una crisi finanziaria iniziata nel 2007 con i subprime americani e scoppiata in tutta la sua virulenza il 15 settembre 2008 con il fallimento di Lehman Brother di solito dura più o meno sui 18 mesi, mentre questa volta siamo a più di quattro anni di distanza dal suo deflagrare, i ricchi superbonus dei banchieri continuano a fioccare puntuali come le cambiali delle bollette a fine trimestre indipendentemente dai risultati ottenuti, le banche d'affari restano ancorate ai depositi di quelle commerciali in un abbraccio mortale, mentre la crisi finanziaria si è trasferita nei conti degli stati erodendone la stabilità e mettendo in dubbio persino la tenuta dell'euro con la crisi dei debiti sovrani dei periferici. Per di più con un solo responsabile in prigione: Madoff, l'unico colpevole della più grande crisi finanziaria dagli anni '30.
L'indebitamento dei Paesi europei
La Grecia fa ancora paura
Una situazione talmente insostenibile politicamente che Berlino addirittura è pronta a concordare con le banche francesi, tedesche e britanniche in primis, le più esposte per 118 miliardi di dollari, una ristrutturazione del debito greco da 340 miliardi di dollari per evitare di mettere ancora mano al portafoglio e perdere il consenso degli elettori. Cittadini che soprattutto nel Nord Europa, si veda la Finlandia dove è nato un partito ostile ai salvataggi dei paesi in difficoltà, sono ormai stanchi di far sacrifici per chi non ha rispettato le regole e di non far pagare gli investitori che hanno speculato su titoli a rischio secondo la regola: profitti privati, perdite pubbliche o too big to fails, troppo grande per poter fallire.
I debiti europei
Esagerazioni dei mass media? Non proprio visto che la Germania ha un debito pari all'80% del Pil ma un avanzo primario negativo (-0,3%) come pure la Francia, 88% di debito con un avanzo primario negativo -3,5%, segnale inquietante di difficoltà rispetto a un più 0,2% dell'Italia che pure ha un debito del 120%, ma un trend in recupero, quello che guardano i mercati. Il Portogallo ha un debito pubblico al 91% del Pil ma un saldo primario negativo a -1,6% e un quota del debito in mano straniera al 57%, come pure l'Irlanda ha un debito al 114% del Pil, un saldo a -7,5% e una quota in mano straniera al 59%.

Cina: Pil I° trimestre vicino a + 10%, inflazione al max da tre anni

Torino, 15 aprile 2011
"Cina, prezzi in crescita anche a marzo. Le autorità monetarie preparano nuovi aumenti dei tassi.!"
A marzo l'inflazione cinese è cresciuta del 5,4%, dal 4,9% registrato a febbraio. Si tratta del tasso di crescita più elevato degli ultimi 32 mesi. Il Pil cinese nel primo triemstre é cresciuto del 2,1% rispetto al trimestre precedente (+2,4%) e del 9,7% rispetto al corrispondente trimestre del 2010 (+11,9%).
Il premier Wen Jiabao ha ribadito che il governo è impegnato a frenare l'ascesa dei prezzi - legata soprattutto a materie prime e petrolio - e che per questo motivo manterrà la stretta monetaria e bancaria. Il livello dei prezzi preoccupa talmente tanto le autorità cinesi, che dallo scorso ottobre la banca centrale di Pechino ha alzato per quattro volte il tasso d'interesse e - secondo le previsioni di Fang Jianping, capo economista del dipartimento di previsioni economiche presso il Centro d'informazione dello Stato - e dovrebbe farlo altre due volte nel corso del secondo trimestre di quest'anno.
Riserve valutarie marzo oltre i 3mila miliardi di dollari
La forza dell'economia cinese si evince anche dal continuo aumento delle riserve in valuta pregiata che alla fine di marzo hanno superato i 3mila miliardi di dollari facendo registrare un aumento del 24,4% rispetto ai livelli dell'anno scorso. L' enorme accumulazione di riserve riflette lo squilibrio nei rapporti commerciali col resto del mondo, visto che le esportazioni cinesi continuano ad essere fortemente competitive nonostante le lamentele dei suoi partner. Nel 2010 l'attivo della bilancia commerciale della Cina ha toccato i 183 miliardi di dollari, un livello solo leggermente inferiore a quello registrato l'anno precedente.
A breve al primo posto come consumatore mondiale di energia
Un'ulteriore dimostrazione della potenza del colosso asiatico è data dal consumo di energia. Secondo quanto riferisce il China Daily che ho letto personalmente, la Cina potrebbe diventare presto il primo consumatore al mondo, superando anche gli Stati Uniti: «Non ci sono ancora statistiche ufficiali definitive - ha dichiarato Ding Zhimin, vice direttore generale del dipartimento dell'Amministrazione Nazionale per l'Energia - e al momento noi siamo ancora secondi, ma presto diventeremo il primo paese». La Commissione Nazionale di Statistica lo scorso mese di febbraio ha reso noti alcuni dati preliminari che hanno evidenziato come il consumo nazionale di energia in totale sia stato equivalente nel 2010 a 3,25 miliardi di tonnellate di carbone. Ding ha anche detto che la Cina è il primo paese al mondo nell'output di energia, con una produzione equivalente a 2,99 miliardi di tonnellate di carbone nel 2010. La Cina ha programmato di modificare i suoi obiettivi in materia di energia nei prossimi cinque anni. Raccogiendo la sfida di molti paesi sviluppati, il Paese si è impegnato a migliorare la propria posizione in tema di energie verdi e rinnovabili. Il paese si è inoltre già detto disponibile a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 40-45% entro il 2020.








Due notizie dall'Istat: una buona l'altra meno

Torino, 15 aprile 2011
Oggi ho esaminato il Supplemento al Bollettino della Banca d'Italia dedicato alla Finanza pubblica.
Balza subito agli occhi come "A febbraio il debito pubblico cala 1.875,9 miliardi. Il disavanzo commerciale però balza a 10,2 miliardi".
Il debito pubblico italiano ha registrato nel mese di febbraio un calo e si è attestato a quota 1.875,965 miliardi di euro, dai 1.879,935 di gennaio, mese in cui aveva toccato il record. Si tratta di circa 4 miliardi in meno. È però in aumento rispetto a febbraio 2010, quando si attestò a 1.797,6 mld (incremento annuo del 4,4%).
Cresce però ho detto il disavanzo commerciale
La bilancia commerciale con l'estero ha segnato nello stesso mese un disavanzo di 3,633 miliardi.
Nel bimestre gennaio-febbraio il deficit si è attestato a 10,2 miliardi, in peggioramento rispetto al disavanzo di 7 miliardi registrato nello stesso periodo del 2010. Al netto dei prodotti energetici, a gennaio-febbraio si registra un avanzo di 0,5 miliardi e 1,3 miliardi a febbraio. A febbraio, le esportazioni sono in calo dell'1,4% congiunturale e in crescita del 18,5% tendenziale, le importazioni registrano -0,4% e un +19,4% tendenziale.
Dettaglio import/export per settori
Nel dettaglio, a febbraio le esportazioni registrano andamenti tendenziali positivi per tutti i raggruppamenti principali per tipologia di beni, ma in decelerazione rispetto alla crescita media dei primi due mesi. Le esportazioni di energia presentano un aumento (+53,6%) superiore a quello medio, sottolinea Istat, esercitando un modesto contributo alla crescita (circa due punti percentuali). I prodotti intermedi e i beni strumentali, pur presentando un incremento più limitato (rispettivamente di +24% e +15,8%), contribuiscono nel complesso al 70% circa della crescita dell'export.
Dal lato delle importazioni si registra un forte incremento tendenziale per i prodotti intermedi (+40,2%), che fornisce un contributo pari a circa due terzi della crescita complessiva degli acquisti dall'estero. In calo appaiono le importazioni di beni di consumo durevoli (-2,1%) e di beni strumentali (-0,4%). Per questi raggruppamenti si rilevano crescenti avanzi commerciali. Sempre a febbraio, l'aumento tendenziale delle esportazioni ha riguardato principalmente il coke e prodotti petroliferi raffinati (+45,4%), i metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+33,3%), gli autoveicoli (+23,4%), le sostanze e prodotti chimici (+22,7%) e i computer ed apparecchi elettronici (+21,6%) (Figura 2). Una crescita inferiore alla media si registra per gli articoli farmaceutici, i mobili, i prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi, gli articoli di abbigliamento e i prodotti alimentari.
Anche dal lato delle importazioni, tutti i settori registrano incrementi tendenziali, ad eccezione dei mezzi di trasporto (-24%) e degli autoveicoli (-4%). Gli incrementi più consistenti si segnalano per i metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+44,9%), i prodotti tessili (+36,2%), i computer, apparecchi elettronici e ottici (+33,5%), i prodotti dell'agricoltura (+31,1%) e il gas naturale (+28,7%). Nel corso del mese di febbraio i più ampi saldi positivi si confermano principalmente per i beni strumentali e i beni di consumo durevoli, in particolare per i macchinari, i mezzi di trasporto (escluso autoveicoli), coke e prodotti petroliferi raffinati, apparecchi elettrici e articoli in pelle. I saldi negativi più consistenti, anche se in riduzione rispetto alla media del periodo, riguardano il petrolio greggio e il gas naturale, i computer e apparecchi elettronici e ottici, gli autoveicoli e le sostanze e prodotti chimici. Nel mese di febbraio 2011 la dinamica congiunturale delle esportazioni e delle importazioni è più sostenuta verso e dai paesi dell'area Ue, con aumenti rispettivamente pari all'1% e allo 0,6%. In calo, invece, appare l'andamento congiunturale sui mercati extra Ue (-4,3% export; -1,6% import).

Il rischio dei Cyber attacchi

Torino, 13 aprile 2011
Siamo sempre alle prese con notizie di ripresa economica sì o no quando in effetti non pensiamo all'impatto di situazioni, forse eccezzionali e non di tutti i giorni, ma proprio perchè imprevedibili che possono provocare effetti deleteri/devastanti e creare tensioni mondiali al pari di altri indicatori negativi economici e/o sociali.
Si veda il rallentamento di molti stabilimenti  automobilistici nei Paesi industrializzati  perchè sprovvisti delle forniture di componenti prodotti in Giappone a causa dei noti eventi.
Ora dagli Usa proviene questa informazione davvero interessante riportata da più fonti giornalistiche e che qui sintetizzo:
"Fra i prossimi 12 e 36 mesi il Pentagono si aspetta un massiccio attacco informatico contro una nazione sovrana: a rivelarlo è il generale Keith Alexander, direttore della «National Security Agency» nonché a capo del «Cyber Command» delle forze armate americane, creato su ordine del presidente Barack Obama per proteggere l’America dal pericolo degli hacker.
Atteggiamento spigliato, minuzioso nelle spiegazioni di informatica e attento a ribadire sempre la subalternità alle leggi del Congresso, Alexander parla nella cornice della sessione sulla sicurezza cybernetica dei lavori della Commissione trilaterale, che riunisce esponenti politici ed economici di Stati Uniti, Europa e Asia. «Internet garantisce alle nostre società opportunità straordinarie di crescita e sviluppo, ma le espone anche a rischi molto seri», esordisce il generale al comando di alcune delle unità più segrete dell’apparato militare. E per dimostrare quanto afferma ricostruisce quanto avvenuto in una recente riunione in ambito Nato: «Ci siamo trovati a discutere l’ipotesi di ricorrere all’articolo 5 della Carta atlantica sull’autodifesa collettiva in caso di attacco cybernetico e c’era chi sollevava dubbi in merito. Ma quando è stato fatto lo scenario di un totale black-out elettrico e finanziario della durata di 60 giorni in un singolo Paese, tutte le obiezioni sono cadute». Se l’ultimo summit della Nato, tenutosi a Lisbona, ha inserito nel concetto strategico la difesa cybernetica, è «perché subire attacchi massicci è diventata una possibilità reale», sottolinea Alexander, spingendosi fino a prevedere che «potrebbe avvenire in un periodo compreso fra i prossimi 12 e 36 mesi». Da qui l’interrogativo su quali settori della vita civile siano più vulnerabili, e la risposta è puntuale: «C’è una scala di vulnerabilità, il settore più protetto è quello delle Borse finanziarie, mentre ad essere più esposta è la rete elettrica», per il semplice fatto che, in America come in Europa o in Giappone, è stata creata senza avere all’origine sistemi di protezione da questo tipo di attacchi.
A concordare sui «pericoli per la rete elettrica» sono l’ammiraglio Dennis Blair, che è stato direttore nazionale dell’intelligence nei primi due anni dell’amministrazione Obama, e David DeWalt, ceo di McAfee, ovvero l’azienda informatica di Santa Clara, in California, roccaforte della produzione di antivirus. «Per avere un’idea delle minacce con cui ci troviamo a combattere - spiega DeWalt - bisogna guardare ai numeri, ogni anno vengono creati 48 milioni di infezioni informatiche, ad un ritmo di circa 55 mila al giorno, e ogni mese vengono messi online 2 milioni di siti per diffondere tali infezioni». Ciò significa «avere a che fare con attacchi continui e sempre differenti», con in aggiunta una complicazione che DeWalt e Alexander indicano all’unisono: l’assenza di coordinamento normativo fra Stati, organizzazioni internazionali e singole aziende consente agli hacker di trovare spazi sul web per creare siti, sviluppare virus e lanciare cyberattacchi. Né il generale né il ceo fanno i nomi degli Stati più sospettati di originare cyberaggressioni, ma i sospetti si indirizzano in primo luogo verso Cina e Russia. In attesa che «le politica e le istituzioni facciano le loro parte», come Alexander auspica, la migliore difesa resta quella dei singoli, perché il 65 per cento delle vittime dei virus sono computer non protetti da firewall o dove i firewall non sono stati aggiornati."

Nuove buone ragioni per un' euro stabilizzato (e forte vs $ ?)

Torino, 11 aprile 2011
Abbiamo più volte ribadito in questo Blog che l'euro sta meglio del dollaro più che altro perchè un raffredore è meno grave di una polmonite visti i rispettivi Conti Pubblici in primis.
E poi alcuni Paesi forti dell'Europa (Germania in testa) sono più credibili degli Stati Uniti dove un presidente democtratico deve fare i salti mortali contro gli strali delle Camere a maggioranza repubblicana e coniugare comunque ipotesi e progetti di sviluppo (= spesa) con il rigore dei conti (=tagli).
Visto il superindebitamento dei conti Usa in $ le varie strategie, qualunque esse siano in questo momento, non danno molta fiducia ai mercati valutari.
Ecco allora che l'Europa (zona euro) tra aspirine e ricostituenti può farsi rispettare di più.
Una riprova è l'atteggiamento dell'Europa (Commissione, Consiglio e Parlamento) sulla volta che con le brutte o conle buone ci si dee/dovrà attenere a regole di rigore necessarie alla salute delle nosttre economie. 
Infatti ......
"DOPO IL CASO PORTOGHESE BRUXELLES VUOLE EVITARE CHE RAGIONI DI POLITICA INTERNA RALLENTINO LE DECISIONI RENDENDO PIÙ ONEROSI I «BAIL-OUT»
La Commisione studia una proposta per imporre l'intervento del fondo salva-Stati

La principale lezione della crisi portoghese, terzo e ultimo (si auspica) intervento del fondo anticrac dell’Eurozona, è che in futuro bisognerà evitare che i salvataggi siano decisi dai diretti interessati. Sollecitata da numerosi stati, la Commissione Ue ha deciso di presentare «nel giro di qualche settimana» una proposta «che disciplini la possibilità di costringere un paese debole a chiedere aiuto all’Ue» per evitare la bancarotta. Nel caso di Lisbona, come quello greco e irlandese, ragioni di politica nazionale hanno rinviato le scelte creando margini per gravi ripercussioni sull’intero club della moneta unica. I dettagli sono tutti da definire, ma l’intenzione di Bruxelles è quella di avere l’impianto in vigore già all’inizio del 2013.
Certo non sarà facile, è una questione delicata che sconfina nell’insidioso territorio della sovranità nazionale e potrebbe essere senza difficoltà etichettata come un’indebita intrusione nelle politiche degli stati membri. Nei due giorni di colloqui informali che nel castello di Godollo i ministri hanno approvato l’avvio del meccanismo destinato a rifinanziare il Portogallo «per circa 80 miliardi» e poi si sono chiesti se avessero potuto fare altrimenti. Dal presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, a quelle della Bce, Jean-Claude Trichet, si è capito che una mossa anticipata dei lusitani sarebbe stata una buona idea. L’Eurotower ha persino ammesso di aver fatto precise pressioni perché il premier dimissionario Josè Socrates lanciasse l’sos.
La Commissione proverà a risolvere il rompicapo delle responsabilità delle capitali nei confronti dei partner dell’euro. L’idea del commissario all’Economia, Olli Rehn, risulta essere quella di profittare della «mini riforma» del Trattato richiesta per rendere permanente il Fondo salva-Stati (Efm) dal 2013 per aggiungere una qualche clausola che consenta ai paesi sani di «consigliare caldamente» ai chi sia in difficoltà di tendere la mano e chiedere l’aiuto che l’Europa può dare. Questo, nel nome della stabilità collettiva che una singola tempesta può minare.
Sotto il sole ungherese ieri c’erano volti distesi per la positiva accoglienza che i mercati hanno tributato all’avvia dello studio del piano portoghese da varare in maggio. Qualche preoccupazione, comunque, si è vista sul fronte della congiuntura, definita «positiva, sebbene ancora incerta», dal finlandese Rehn. «La ripresa nell’Eurozona continua, però ci sono rischi legati alla situazione in cui versano alcuni segmenti dei mercati finanziari e all’impatto sulla crescita sia delle crisi in Nord Africa sia del dramma giapponese», ha avvertito Trichet, che poi ha ammesso che «il livello della disoccupazione è ancora inaccettabile». Mentre parlava, la capitale ungherese era invasa da migliaia di donne e uomini scesi in piazza pacificamente per invocare lavoro e sicurezza per il futuro. Due concetti che il passare del tempo rende sempre meno scontati.






Usa: tassi sù presto o fermi ancora un pò ?

Torino, 4 aprile 2011
A proposito di "eccessi" come il Dow Jones che da due anni continua a crescere "sponsorizzato" da un'enorme liquidità in circolazione ecco un'analisi puntuale sul sito americano di Yahoo-Finance a proposito di chi scommette sul sì o no di un imminente rialzo dei tassi.
Ecco il testo datato 1 aprile:
La Federal Reserve intensifica i suoi avvertimenti di un pericolo inflazione ma gli investitori stanno prestando poca attenzione nonostante la minaccia che parte della liquidità della banca centrale potrebbe volgere al termine. Venerdì Bernanke ha portato un rapporto che indicano altri indicatori in miglioramento. Si fa sempre più forte l’impressione che il tasso di interesse potrebbe aumentare presto dopo più di due anni forse prima di quanto gli investitori vorrebbero.
Ma il mercato non dà credito a queste informazioni e continua a macinare progressi: un rally aggressivo anche nei primi mesi del 2.011 e sembra voler continuare in quanto gli investitori non ”scommettono” che la Fed avrebbe alcun timore per la minaccia d'inflazione e quindi gli investitori hanno puntato su programmi di investimento più a lungo.
"Il livello di preoccupazione per l'inflazione è piuttosto alta ... ma la Fed sta pompando così tanti soldi in questo mercato che la gente non sipreoccupa ancora", ha dichiarato Matthew Tuttle, presidente di Tuttle Wealth Management a Stamford, Conn . "Al momento i mercati non si curano di nulla."
Il Presidente della Fed di Richmond Jeffrey Lacker è stata l'ultima ad avvertire che la Banca centrale può essere costretta presto ad un aumento dei tassi. Inoltre ha detto a CNBC, venerdì scorso, che la Fed potrebbe alzare i tassi prima della fine dell'anno soprattutto se si ha la sensazione di un aumento dei costi alla produzione nelle aziende a causa dell’ impennata dei prezzi delle materie prime con il rischio di trasferire inflazione ai consumatori.
"Se il fenomeno diventerà diffuso e visto come ineludibile si è già visto ome farebbe in fretta a diffondersi in modo piuttosto significativo".
"Penso che l’ inflazione andrà un po’ su ma non troppo ma temo che ci sia un reale rischio di superamento di detto processo ... I prossimi nove mesi saranno fondamentali per la nostra economia".
Ma il presidente della Fed Ben Bernanke si trova in una situazione delicata.
I rally di mercato non hanno fatto altro che seguire una linea molto semplice con l'intervento della Fed. Quando la banca centrale ha attuato il suo programma per comprare buoni del Tesoro e altri titoli di debito si è messo in moto un processo noto come “allentamento quantitativo”o in gergo “QE-rally dei mercati”. Quando la Fed fece un passo indietro come ha fatto nel mese di aprile 2010 il mercato è crollato.
Quindi la lotta contro l'inflazione ha un costo, sia politico che economico, che Bernanke potrebbe essere restio a pagare. La conclusione di QE 2, però, è in programma per giugno e gli investitori sono ansiosi di sapere quale sarà la posizione della Fed dopo.
"Sarebbe sciocco pensare che Ben Bernanke chiuda con QE 2 per poi iniziare subito un drenaggio di liquidità", ha detto Michael Pento, economista senior presso Euro Pacific Capital a New York. "È capace di aspettare almeno due o tre trimestri. E poi lo farà a piccoli passi. Conosciamo la sua attenzione nei confronti della curva della inflazione.
Ma c’è chi dissente sulle preoccupazioni per l’inflazione.
"Ci sarà un po’ d’ inflazione ma senza particolari criticità ... Speriamo che la Fed si renda conto solo che è meglio non far nulla ancora per un pò" ha detto Michael Sansoterra, amministratore delegato di Silvant Capital Management, a Columbus, Ohio, in un colloquio con la CNBC.
Anche se le pressioni inflazionistiche sono chiaramente in avvio la crescita dei salari annuale era solo 1,7 per cento e alcuni economisti ritengono che questo indicatore, così basso che è un componente fondamentale per l'inflazione non giustifichi rialzi dei tassi.
Neil Dutta e Ethan Harris, economisti di Bank of America Merrill Lynch, hanno scritto in una nota ai clienti:" l unico neo nella relazione di oggi è stata l'inflazione salariale debole, il che significa che è ancora probabile che la Fed prenda iniziative più tardi rispetto alle aspettative del mercato attuale," E se la Fed invece decidesse per un aumento in realtà potrebbe essere il mercato obbligazionario a prendere il primo colpo con l'aumento dei tassi così bassi (mantenuti in modo artificiale) e cominciare a guardare al reddito fisso. "Gli investitori obbligazionari sono in una bolla enorme," ha affermato Rob Lutts, Chief Investment Officer presso Caboto Wealth Management a Salem, Massachusetts "Le valutazioni in obbligazioni sono altrettanto estreme oggi come nel 2000 per il comparto tecnologico. Le valutazioni a breve (Treasurys ) a breve termine e anche quelle a 10 anni non sono razionali in questo ambiente".
Lutts ha detto che il rendimento a 10 anni dovrebbe avere una negoziazione intorno al 4,50 per cento e forse più, un intero punto percentuale rispetto al livello attuale.
Se tale sentimento prendesse piede c’è da capire come Washington affronterà il suo debito, il disavanzo e i problemi di inflazione connessi.
A tal proposito Euro Pacific Pento pensa che la situazione potrebbe sfuggire addirittura di mano e fuori dal controllo di Bernanke. In tal caso, gli investitori potrebbero trovarsi nei guai rapidamente.
Pento ha detto "se Bernanke vuole essere un vincitore deve alzare i tassi di interesse e ripristinare una moneta solida per questo paese",. "E’ vero avrà un problema molto serio con il PIL nel breve termine ma alla lunga il vantaggio e che potremo contare su una ripresa sostenibile.
"Se continua questo livello di monetizzazione, se il bilancio continua ad essere a questi livelli e con così bassi tassi d'interesse avremo un altro crack-up e il timore di una nuova grave depressione."

Una "certa" Finanza la fà sempre franca !!

Torino, 4 aprile 2010
Se spesso in questo Blog come in molti altri media si è discusso delle regole da riscrivere affinchè una "certa" finanza non sia più libera di fare davvero il bello e il cattivo tempo sembra invece, come dice spesso ancora Tremonti, che si approfitta delle non regole per fare come e peggio di prima.
Come se nulla fosse poche settimane fa circolava voce che non ci fossero estremi per colpire i "colpevoli" del disastro Lehman. Oggi dall'ottimo sito http://www.linkiesta.it/ vi riponiamo un lungo articolo sull'argomento che prende spunto da come i Bonuns per i super manegers (super di cosa......?? ... non diciamo  parolaccie ...saranno pure bravi ma anche furbetti e...forse, alle volte,  al di là della legge  ...ma sembra che non si possa dimostrare !! ...che strano !!).
Inoltre i primi bilanci di molte società Usa quotate presentano utili come non si registravano da 6 anni a questa parte però non ci  sembra che l'economia reale si sia catapultata ai livelli precrisi.
Il Dow Jones di oggi a 12.386 non è molto lontano dal record storico di 14093 della prima settimana dell'ottobre 2007 dopo un'incessante crescita da inizio marzo 2009 (minimo 6.627). Grandi utili, poca ripresa, alto tasso di disoccupazione, storico quello giovanile anche  e sopratutto in Europa.
La Finanza sà sguazzare nei soldi l'economia reale no.
Non c'è forse bisogno di capire cosa davvero i Grandi e il G20 o ancor di più, sempre come dice Tremomti, andando al di là del G20 ormai anch'esso insufficiente, devono fare per coniugare utili e crescita sostenibile.
La Finanza al servizio dell'economia reale E NON IL CONTRARIO !!!!

Ecco l'articolo de linkiesta.it:
Viaggio fra i banchieri della City nei giorni dopo il terremoto in Giappone. Nel Gherkin, il grattacielo simbolo di Londra, alcuni uomini di Goldman Sachs hanno tenuto un evento per festeggiare la stagione dei bonus. Il tutto mentre il loro ceo Lloyd Blankfein si è preso 19 milioni di dollari per lo stipendio 2010, il doppio del 2009. Novantamila sterline per quattro ore di divertimenti, fra bollicine, donne e numi della finanza che conta davvero. C’è chi vuol investire in Africa e chi scommette al ribasso sulla Cina. E poi, alla fine della serata? Come ci ha detto un trader, «si fa un salto in ufficio, giusto in tempo per guardarsi le ultime news da Fukushima e shortarsi su Tepco». Del resto, gli affari sono affari.
«Hai visto il terremoto in Giappone? Io credo che ci faremo un bel po’ di soldi: appena ho sentito della prima scossa sono andato short sulle compagnie di riassicurazione. È suggestivo infatti essere nella sede di una delle maggiori». Per una notte, e solo quella, Linkiesta ha visto da vicino il mondo dei banchieri londinesi. Proprio nei giorni in cui stanno arrivando i maxi bonus, come quello di Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs, che ha chiuso il 2010 con uno stipendio di 19 milioni di dollari, il doppio del 2009. Un universo spesso mal raccontato a causa dei troppi pregiudizi che dal crac Lehman Brothers a oggi hanno impregnato la stampa internazionale. Umani, troppo umani: non bisogna mai dimenticare che i finanzieri sono prima di tutto questo. Come tali vivono, soffrono, si disperano, amano. E forse è proprio questo ultimo sentimento quello che diventa più contraddittorio quando ne incontri uno. L’amore per i soldi è forse l’unico che davvero non finirà mai.
The Gherkin, Londra. È metà marzo, a Londra fa ancora freddo. Il grattacielo di St. Mary Axe è uno dei più celebri del mondo. L’architetto è Norman Foster, la forma è a siluro. È stato commissionato da Swiss RE, una delle maggiori compagnie di riassicurazione globali, per farne il proprio quartier generale nella finanza che conta. 180 metri di acciaio e vetro, ecosostenibilità ai massimi livelli e tanto charme: questo è il Gherkin. «Al 40esimo piano c’è una festa organizzata da alcuni ragazzi di Goldman Sachs, vieni con me», mi dicono. Io non so cosa aspettarmi, l’indomani devo svegliarmi molto presto, ma decido di andare senza troppi pensieri. Del resto, l’evento è per l’inaugurazione della stagione dei compensi. E hanno deciso di non badare a spese.
Appena arrivato, ovviamente tramite la tube (fermata Aldgate), mi colpisce l’incredibile struttura del Gherkin. Alto, tecnologico, maestoso, non è immenso come i grattacieli di New York, ma il suo fascino è ineguagliabile. Attendo un paio di minuti e arriva il mio contatto, Richard. «Preparati perché stasera ne vedrai delle belle. Non a tutti capita di andare al 4030», mi dice. In effetti, avevo visto su internet cos’era il 40
30 e ne ero rimasto affascinato. Da Canary Wharf a Westminster, tutta Londra è ai tuoi piedi, quando sei lì. Richard, che lavora per uno studio di private equity, mi dice che tutto l’evento è costato circa 90mila sterline, per complessive quattro ore. «Una bella sommetta», gli dico. E lui: «Beh, tieni conto che c’è da festeggiare. È un momento storico questo. La crisi sembra alle spalle e la stagione dei profitti per le banche sta tornando».
La City sembra tornata ai suoi fasti. I banchieri più in vista li riconosci subito. Abito sartoriale d’ordinanza, camicia bianca Turnbull & asser, gemelli ai polsi, scarpa oxford: è questo il dress code della Londra finanziaria. Anche sotto la pioggia, intorno a Threadneedle Street e Lombard Street, dove ha sede la Bank of England, li vedi passeggiare senza ombrello, incuranti dell’acqua. Tutti sembrano uguali, ma non è così. Nel Gherkin ne spicca uno. Mi dicono che lui è stato il direttore finanziario di una grossa banca statunitense per una decina di anni. Poi, ha preferito aprire un fondo hedge. Ora muove circa 5 miliardi di sterline, ogni giorno. È specializzato in investimenti di grande livello, soprattutto sull’obbligazionario, e ha lavorato fianco a fianco di Carl Icahn, il raider che pare ispirò Gordon Gekko, il finanziere del film di Oliver Stone, Wall Street. «Io mi sono fatto da solo e ora cerco di godermi un po’ il frutto del mio sudore», mi dice. Difficile dubitarne. Le sue mani sono segnate, si nota che il nostro ha lavorato sodo prima di fare il banchiere. Tutti cercano sempre di ricordare che sono di umili origini. Due i miti, assoluti: George Soros e Warren Buffett. Ma anche tanti altri nomi, sconosciuti ai più, come Jim Rogers, storico gestore di fondi hedge operante in commodity. Intanto, giunge il primo calice di champagne, accompagnato da un finger food a base di sushi.
Arriva il momento di parlare dei bonus. Prende la parola un banchiere sui 60 anni, fisico atletico: «Pochi giorni fa Bob Diamond si è beccato 6,5 milioni di sterline, ora vediamo chi lo batte». Il numero uno di Barclays infatti a inizio marzo ha fatto clamore sulla stampa britannica per il suo maxi bonus. Per ora lo ha battuto António Horta-Osório, amministratore delegato del Lloyds, banca storica (e nazionalizzata). Con circa 9,7 milioni di sterline di compenso extra, Horta-Osório può dirsi il più contento banker della City, almeno sotto il profilo dello stipendio 2010. Lo Squalo (così è chiamato nel Miglio quadrato) è stato chiamato al Lloyds per «fargli sentire nuovamente cosa significa fare banca», mi dice Richard. Lo ha fatto, anche a costo di prendere scelte impopolari, come quella di pochi giorni fa. «Abbiamo deciso di tagliare 570 posti», ha detto lo Squalo. Ed ecco che arrivano i bonus. «Sai chi mi ricorda? - dice Richard - Mi ricorda Marc Tourneuillerie, quello del Capitale: è stronzo uguale». Il Capitale a cui fa riferimento non è quello di Karl Marx, bensì un libro culto del 2004 di Stéphan Osmont, che racconta le vicende di un banchiere francese, Tourneuillerie appunto, fra sesso, soldi e brama di potere a tutti i costi. E proprio come il protagonista del Capitale, Horta-Osório si è beccato un maxi bonus dopo una girandola di licenziamenti.
«Tagliare le teste funziona sempre quando si tratta di guadagnare. Gli azionisti sono contenti, la profittabilità aumenta, devi pagare meno persone, meno problemi in testa», mi dice un trader poco più che ventenne presente. Si chiama Jérôme e se non mi avesse detto il nome, l’avrei scambiato per britannico per via del suo inglese perfetto. Arriva dall’Insead, la business school di Parigi, e ha in mente di fare l’École nationale d'administration (Ena), la scuola che prepara i presidenti della Repubblica francese. Nel mentre, fa il trader nel segmento fixed income per una banca londinese, una delle più celebri. «Non è che mi diventerai il prossimo Jérôme Kerviel?», gli chiedo ironizzando. Mio malgrado scopro che per questo mondo Kerviel è ancora tabù. Il giovane trader di Société Générale, condannato a 5 anni di reclusione nello scorso ottobre per aver perso 5 miliardi di euro di SocGen, non è ben visto. Colpa, mi spiegherà poi Richard, del «suo vizio di non tenere la bocca chiusa». Chiedo a Jérôme per quanto pensa di fare il trader, dato che è un mestiere logorante. La sua risposta non mi stupisce. «Soldo chiama soldo, amico. Io farò questo lavoro fino a quando non ne arriva uno per cui mi pagano 10 volte tanto. E stai tranquillo che arriverà entro breve», mi dice. La sua ostentata sicurezza mi spaventa. Sembra quasi logico il suo discorso, ma dopo qualche istante mi rendo conto di star parlando con un ragazzino che prende migliaia di euro alla settimana per negoziare soldi non suoi. Un leggero brivido mi corre lungo la schiena, ma lo champagne fa andare via tutto.
C’è anche tempo per discutere di crisi sistemica, di nuove bolle e di quello che succederà all’Europa. Sono in tanti quelli che al parlare di Lehman Brothers ancora si stupiscono. «Devi capire che quello che ha fatto Dick Fuld è stato folle. Ha messo in cattiva luce tutto il nostro mondo. Io capisco che dobbiamo forse darci una regolata, ma come facciamo? Io ho da mantenere un impero e per colpa di Lehman ora mi fanno anche sentire in colpa», fa notare un gestore di fondi hedge sulla sessantina. Gli chiedo quali saranno le sue scommesse per il futuro e le risposte mi lasciano interdetto. «Figliolo, tutti stiamo puntando sull’Africa nera: Ghana, Nigeria, Zambia. Questo è il futuro», mi dice. Lo interrompe Richard: «Ti stai dimenticando la Cina!». Sì, perché qui tutti sono sicuri che la Cina sarà la grande bolla che prima o poi scoppierà, il Big One della finanza. Colpa della trasparenza inesistente, delle macchinazioni per aumentare i valori del Prodotto interno lordo, degli squilibri nella popolazione.
«E l’Europa?», chiedo timidamente. Tutti stiamo vedendo cosa succede intorno a noi. Grecia giù, Irlanda giù, Portogallo giù. È legittimo chiedersi in che modo potrà uscirne Bruxelles. Il primo a rispondere, forte dei suoi vent’anni, è Jérôme: «Per me entro cinque anni non esisterà più l’Europa come la conosciamo. Da un lato il Club Med (la parte meridionale, ndr), dall’altro il Core. La Germania si sta già rompendo le scatole di dover salvare tutti». Più cauto è Richard, che parla invece di volontà intrinseca di Bruxelles a voler preservare l’Eurozona a tutti i costi. Sarebbero troppi i costi di una frammentazione. Di certo, il sentore che si ha nel Gherkin è che si stia parlando di argomenti importantissimi con una leggerezza inaudita. Sarà forse colpa dello champagne Perrier-Jouët che sta scorrendo nei nostri calici da oltre due ore. Non faccio in tempo a finirlo che un cameriere arriva con la tipica bottiglia belle époque della cantina francese.
Dopo un paio di ore, arrivano una decina di ragazze. Tutte giovanissime, tutte bellissime. «Devi capirmi, lavoro tutto il giorno. Almeno la sera voglio divertirmi un po'», mi dice uno dei presenti. Nessuno parla apertamente delle mogli, ma tutti (o quasi) hanno una fede al dito, come un feticcio irrinunciabile. Jérôme si avvicina a me e indicandomi una bruna mi dice: «Tu sei italiano, dovresti essere pratico con il bunga bunga». Il difficile, fra lo champagne e tutto il resto, è spiegargli che si tratta di un luogo comune. L’aspetto più incredibile è che la maggior parte dei presenti sa che se vorrà passare delle ore con queste ragazze dovrà pagare. Richard, proprio come fa Virgilio con Dante, mi spiega che è la prassi. Il brutto è quando ti innamori. In quel caso sai che dovrai guadagnare ancora di più perché sai inconsciamente che quella ragazza ti sfrutterà fino all’ultimo pound. Vuoi vedere che dietro ai maxi bonus c’è sempre una donna?
È il momento dei saluti. Dopo svariati calici di Perrier-Jouët, innumerevoli biglietti da visita scambiati e strette di mano, ci tocca andar via. Io nel mio hotel a Marylebone, Richard nella sua abitazione di Mayfair, gli altri chissà dove. Solo Jérôme mi dice cosa farà: «Faccio un salto in ufficio, giusto in tempo per guardarmi le ultime news da Fukushima e shortarmi su Tepco». Aveva ragione lui. I soldi chiamano i soldi.

Centri di Eccellenza per l'Innovazione: La Silicon Valley è più viva che mai !!

Torino, 3 aprile 2011
Uno sguardo di dove sono e cosa attualmente fanno  i Centri di eccellenza nel mondo e che sono stati tra i precursori nella scoperta di nuove invenzioni e della loro "trasmigrazione" sul campo applicativo e diffusivo a livello a volte planetario è un pratica che dovremo fare abbastanza spesso. Perchè al di là delle preoccupazioni contingenti dell'economia e della sue malattie anche di lunga durata come l'attuale chi deposita le sue speranza non deve guardare troppo alla finanza (più strumento per .... che creazione di ricchezza "reale" per lo sviluppo della società) ma ai beni e/o servizi che saranno utili, pratici e di facile e diffusa adozione per noi tutti. E' dal prototipo e dalle sue prime applicazioni poi diventate e  diffuse a livello di massa che il mondo è sempre progredito.
Leggiamo allora con interesse quello pubblicato oggi su La Stampa online a cura di Irene Tinagli a proposito di cos'è e cosa significa forse la zona più "anziana" ma più agguerrita e conosciuta al mondo in termini di innovazione: la Silicon Valley

Silicon Valley, il futuro si inventa ancora qui
Compie 40 anni e smentisce i catastrofisti che la davano per moribonda dopo crisi e bolle speculative. Ha ricominciato a produrre idee, posti di lavoro e ricchezza, mescolando innovazione e spirito d'impresa. E' una ricetta che si può esportare e imitare altrove?
Era il 1971 quando l’imprenditore Ralph Vaerst coniò il termine Silicon Valley, reso immediatamente noto al grande pubblico da un articolo di Don Hoefler, amico di Vaerst.
La Silicon Valley, quindi, compie 40 anni. Certo, le radici affondano più lontano, e il primo laboratorio di semiconduttori che William Shockley fondò in quella zona risale al 1956. Ma è agli inizi degli Anni Settanta che ci si è accorti che lì stava accadendo qualcosa che avrebbe cambiato la vita di milioni di persone, è stato allora che la Silicon Valley ha preso consapevolezza della propria forza e identità.
Perché certo Shockley non avrebbe potuto immaginare che da quella sua prima azienda, spin off dopo spin off, ne sarebbero nate, nel giro di pochi anni, altre 66! Ma la cosa più affascinante della Silicon Valley non è tanto come è nata, ma come si è evoluta e come ha saputo rinnovarsi nel tempo.
Più di una volta è stata data per moribonda, vittima di crisi e bolle speculative. Eppure ogni volta ha saputo rialzarsi. Dopo la rivoluzione dei semiconduttori, e dopo il boom dei personal computer degli anni Ottanta, negli anni Novanta è arrivato Internet e la frenesia delle «dot-com»: Yahoo, Google, Amazon, Ebay, giusto per citarne alcune. Una bolla esplosa nel 2001, con un tonfo che in due anni ha bruciato 5 trilioni di dollari in borsa. Ma due anni dopo l’economia aveva già ripreso a girare e, nonostante la nuova profonda crisi del 2008, oggi la Silicon Valley è più viva che mai, esaltata dal boom dei social network come Facebook, MySpace o Twitter, e dalle applicazioni che si appoggiano su di essi e sulla telefonia mobile.
Basta pensare a Zynga, diventata uno degli astri nascenti della Silicon Valley con giochi come FarmVille e MafiaWars. Una ripresa che si vede anche dai dati: dal 2008 al 2009 il tasso di creazione di nuove imprese è cresciuto del 48%, dal 2009 al 2010 sono stati creati oltre 12mila nuovi posti di lavoro, e nel 2010 si è registrato un forte aumento delle Ipo (quotazioni in borsa) delle aziende dell’area. Insomma, la Silicon Valley non molla. Sa reinventarsi ogni volta e sa cogliere con successo ogni nuova ondata tecnologica. Ma come fa?
Accademici, giornalisti e policy maker da anni cercano di catturare il suo segreto e replicarne la formula. Persino in Italia si è sentito parlare della Gorgonzola Valley (in riferimento alle aziende high tech attorno al Politecnico di Milano) o all’Arno Valley (indicando il polo sorto nell’area di Pisa). Ma nessuna esperienza si è minimamente avvicinata, per impatto tecnologico, economico e sociale, all’originale californiano. Neppure i tanto osannati parchi scientifici francesi di Grenoble o Sophia Antipolis. La Silicon Valley resta, ad oggi, inimitata ed inimitabile, non tanto nella sua capacità di inventare cose nuove (molte delle sue aziende nascono su invenzioni create altrove) ma di farle crescere. E ciò che la rende così non è solo, come vuole la convinzione popolare, un mix di saperi e soldi. Molti pensano che il suo segreto sia nella presenza combinata di Stanford e di venture capital, e credono che per replicarla basti la creazione di un polo universitario scientifico in cui vengono pompati un po’ di soldi (magari pubblici) attraverso premi o incentivi.
Questa ricetta è incompleta e fuorviante, e non sorprende che molti di questi tentativi siano falliti. Quello che le analisi politiche o accademiche faticano a cogliere è qualcosa che nessun parco scientifico o metodo di finanziamento alle impreso che nascono, costruiti a tavolino, possono ricreare ed è quella profonda curiosità verso tutto ciò che è nuovo, quella continua voglia di imparare e mettersi in gioco, di rischiare, di puntare su qualcosa di innovativo che può fare un tonfo tremendo o cambiare il mondo. Sarà il retaggio dello spirito dei pionieri che venivano qua a conquistare terre inesplorate, o della rivoluzione culturale di fine anni Sessanta, fatto sta che questa cultura «pionieristica» è ancora molto radicata in Silicon Valley. E questo clima attrae le menti più brillanti e irrequiete da ogni parte del pianeta, rendendola una delle aree a maggior concentrazione di intelligenze del mondo. Nella contea di Santa Clara, il cuore pulsante della Silicon Valley, la percentuale di abitanti laureati supera il 40%, contro una media nazionale del 24,4%. Nella città di Palo Alto si arriva addirittura al 74,4%. E gli stranieri sono tantissimi. Quasi la metà della popolazione di Santa Clara a casa parla una lingua diversa dall’inglese. E il 35% dei laureati in materie scientifiche ed ingegneristiche sfornati dalle università locali sono stranieri. E questi risultati non sono solo merito di Stanford o Berkeley (anche se certamente aiutano), perchè la Silicon Valley attrae laureati di molte altre università. Zuckerberg, il noto fondatore di Facebook, ha studiato ad Harvard, Max Livchin, co-fondatore di PayPal (il più popolare sistema di pagamento online), ha studiato all’università dell’Illinois, Mark Pinkus, co-fondatore di Zynga, ha una laurea a Wharton e un Mba ad Harvard. Non avranno studiato a Stanford, ma hanno comunque un’istruzione straordinaria.
E la cosa che colpisce di più girando per la Silicon Valley e parlando con imprenditori, managers e venture capitalist è proprio l’altissimo livello di preparazione. Questo, probabilmente, è il vero segreto della Silicon Valley. E la forte integrazione tra accademia e impresa che molti notano qua non è dovuta all’esistenza di enti facilitatori preconfezionati dal settore pubblico (come pensano quelli che cercano di replicare la ricetta californiana), ma al fatto che studiosi e imprenditori condividono lo stesso background, parlano lo stesso linguaggio, sono mossi dalle stesse curiosità, frequentano gli stessi locali.
Questo spirito di scambio e collaborazione permea tutta la zona. Qua non esiste la figura romantica dell’imprenditore solitario, le imprese sono fatte da tre o quattro persone, con il supporto di molte altre.
La Silicon Valley è un social network vivente, pulsante, e i nodi chiave di questo network non sempre sono quelli che si vedono nelle copertine dei magazine. Come Reid Hoffman, fondatore di Linkedin e uno dei più dinamici investitori in startup della zona: ha finanziato decine di nuove imprese (si dice almeno 80), tra le quali PayPal, di cui è stato vicepresidente. Ed è stato proprio lui che ha presentato Mark Zuckerberg a Peter Thiel (co-fondatore di PayPal), il quale a sua volta ha investito nella nascente Facebook mezzo milione di dollari. Da questi giri di amicizie e collaborazioni fioriscono innovazioni e imprese. Basta pensare che i quattro fondatori di Paypal hanno fondato o finanziato aziende il cui valore complessivo supera, secondo le stime di Forbes, i 30 miliardi di dollari. Quando si dice il potere dei social network! Questi imprenditori senza sosta sono il vero motore della Silicon Valley. Li chiamano serial entrepreneurs: imprenditori seriali. E la cosa bella è che non si fermano davanti a nulla. Né davanti ai fallimenti, né, cosa ancora più incredibile, davanti ai successi. Molti dei trentenni e quarantenni che si vedono girare in jeans e maglietta sono miliardari che potrebbero ritirarsi in qualche villa sull’oceano circondati da auto di lusso e jet privati. Eppure sono ancora lì, a cercare la prossima avventura tecnologica, il prossimo brillante ventenne su cui scommettere, la nuova idea che cambierà il mondo.
Certo, oggi ci sono altre città, da Pechino a Bangalore a Tel Aviv, che hanno i numeri per fare presto concorrenza alla Silicon Valley. Ma finché potrà contare su queste persone e questo spirito, la Silicon Valley resterà a lungo inimitabile, la più ammirata e invidiata da tutti. Buon Compleanno Silicon Valley.

Come cambia il mercato valutario: l'interesse del Brasile per l'Europa

Torino, 2 aprile 2011
Parlando di uno dei temi più trattati in questo Blog, quello delle valute, non si può fare a meno di sottolineare l'interressante articolo apparso su La Stampa online di oggi a proposito dell'attenzione del Brasile verso l'Europa e l'Euro.
Vi riprongo dunque l'articolo e buona lettura.
"Il Brasile è una samba insidiosa: pensi che si balli in un certo modo e un attimo dopo lui ha scartato ed è altrove, ti guarda e sorride con aria saputa. Oggi impariamo che è una ex colonia che si comprerà buona parte del suo ex padrone europeo, il Portogallo, l'ennesima dimostrazione che in terra carioca la giravolta è una delle cifre del mondo. Lo scoprì per primo Pedro Alvares Cabral, quando il 22 aprile del 1500 sbarcò a Porto Seguro: come Colombo puntava a raggiungere le Indie, sfruttando gli alisei. A differenza del genovese era consapevole che di mezzo avrebbe trovato un'altra terra, ma come lui fu costretto ad arrendersi al Nuovo mondo. Sbarcò, si fece aiutare a costruire una gigantesca croce da un gruppo di indigeni entusiasti - non della fede, ma degli attrezzi in metallo che non avevano mai visto - e diede una svolta alla storia del continente.
Anche lì era questione di equilibri economici. Il Portogallo di Re Joao era un paese povero che non riusciva a crescere per carenza di materie prime. La vicina Spagna aveva cominciato otto anni prima, le notizie sui presunti tesori che solcavano l'Atlantico avevano solleticato l’appetito della Corte di Lisbona. Obiettivo della missione procurare caffè, oro, argento e diamanti, e fare spazio per gigantesche piantagioni di canna da zucchero. Saremo ricchi, avrà detto Re Joao ai suoi, armiamoci e partite. Quelli partirono ma la storia dimostrò subito che stava andando per la sua strada. Un'altra. La popolazione del posto non si rivelò adatta al lavoro nelle piantagioni - preferiva lasciarsi morire di fame - e i portoghesi furono costretti a spendere una fortuna per portare in Brasile cinque milioni di africani schiavizzati (tanti attraversarono l'Oceano tra il 1500 e il 1850), trecentocinquant’anni sciagurati che hanno prodotto la popolazione brasiliana di oggi, tra le più mescolate del mondo: discendenti di europei, sudamericani ed africani intrecciati indissolubilmente. Coltivare si rivelò complicato, oro e argento se ne trovava poco, fino alla fine del Cinquecento tutto ciò che si poteva portare in madrepatria era il pau Brasil, legname da cui si ricava un colorante rosso.
Per trovare il tanto agognato oro bisognerà aspettare altri 100 anni, ma neppure questa storia andò secondo le previsioni. Nel 1690 esplose Minas Gerais, il grande giacimento aurifero che tolse il sonno a tutti i portoghesi do Brasil: l'Eldorado inseguito tanto a lungo, finalmente. Era oro, luccicava, ma gli effetti non furono dei migliori. L’agricoltura, che era appena riuscita a stabilire un equilibrio redditizio, ebbe un tracollo. I coloni portoghesi (grandi proprietari terrieri, diversamente dai loro colleghi spagnoli che erano invece nobili semidecaduti in cerca di riscatto) mollarono in massa zappe ed aratri e si buttarono nella corsa all’oro senza pensarci sopra. Le terre coltivate furono abbandonate al loro destino, e i prezzi dei beni alimentari andarono alle stelle: centocinquant’anni di fame durante i quali si consolidò il seme della rivolta che avrebbe sottratto il Brasile ai suoi padroni europei.
Anche l'indipendenza brasiliana si giocò tutta intorno a una giravolta. Correva l'anno 1808, e le armate di Napoleone si avvicinavano pericolosamente al Portogallo: il principe reggente Giovanni di Braganza imbarcò la corte e la trasferì a Rio de Janeiro. Il trono nelle colonie: fu un fatto straordinario per ragioni di costume e anche perché Giovanni stessi finì per lasciarsi influenzare dalle idee liberali che a quel tempo si diffondevano nel continente, aprì nuovi porti e incoraggiò l'industria.
Nel 1821 la corte tornò a Lisbona, Giovanni lasciò il figlio Pedro I re del Brasile. L'anno dopo Lisbona pretese di riportare l’ex colonia sotto il suo controllo: Pedro, sostenuto dai patrioti, dichiarò l'indipendenza del Brasile, e dopo qualche mese fu incoronato imperatore del nuovo stato. Sotto re portoghesi ma indipendenti i brasiliani avrebbero vissuto fino al 1871, anno in cui il Paese si fece repubblica federale.
Ora la storia sembra fare dietrofront. Il governo brasiliano è disposto ad acquistare il debito dei portoghesi in difficoltà, aiutandoli a restare in piedi. Naturalmente aiuta anche se stesso: l’inflazione picchia duro (intorno all’8%), la bilancia commerciale è in rosso da due anni. Brasilia dovrà rassegnarsi a svalutare il real, di cui possiede riserve enormi.
Trasferire una fetta consistente di quelle riserve in euro (la moneta delle emissioni portoghesi) si rivelerà doppiamente conveniente quando il Brasile sarà costretto a svalutare la sua moneta. Tutto il valore perso sul fronte del real sarà recuperato con l'apprezzamento dell’euro. Nel frattempo, Brasilia avrà dimostrato di saper giocare un ruolo importante nel sostegno della governance finanziaria mondiale e ripreso una piccola rivincita coloniale. È la samba, bellezza.