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I titoli dei Post hanno un link di riferimento al tema trattato

A proposito di Pil Usa .....

Torino, 30 aprile 2010

E' di oggi la notizia del Pil del 1° trimestre degli Usa al + 3,2% rispetto alle aspettative di un + 3,3%. Per riprendere il  mio Post di ieri, dove a mio avviso tassi in Usa superiori al 3% fatti segnare tra l'altro in modo continuativo potrebbero indurre ad una significativa svolta nel senso di una ripresa duratura e giovare anche al dollaro in primis perchè tassi di crescita importanti indurranno le autorità monetarie ad un aumento dei tassi e ciò dovrebbe favorire  il dollaro se l'Europa per contro segnerà tassi (tradizionalmente) più contenuti.
Sono andato a vedere le statistiche degli ultimi 30 anni (dal 1980) al sito dei National Account Usa (link nel titolo), e posso proporvi questo storico con tassi (solo in positivo) superiori al 5 % trimestrali  (aggiustati stagionalmente a tasso annuale) per dare ancora più enfasi ad un eventuale scatto in avanti dell'economia Usa (su valori costanti - 2005 - e non correnti). Ecco il prospetto:
- 1980q4   + 7,6 %
- 1981q1   + 8,6 %
- 1983q1   + 5,1 %
- 1983q2   + 9,3 %
- 1983q3   + 8,1 %
- 1983q4   + 8,5 %
- 1984q1   + 8,0 %
- 1984q2   + 7,1 %
- 1985q3   + 6,4 %
- 1987q4   + 7,0 %
- 1988q2   + 5,2 %
- 1988q4   + 5,5 %
- 1993q4   + 5,4 %
- 1994q2   + 5,6 %
- 1996q2   + 7,1 %
- 1997q2  + 6,1 %
- 1997q3  + 5,1 %
- 1998q3  + 5,4 %
- 1998q4 + 7,1 %
- 1999q3 + 5,2 %
- 1999q4 + 7,4 %
- 2000q2 + 8,0 %
- 2003q3 + 6,9 %
- 2006q1 + 5,4 %
- 2009q4 + 5,6 %

Dunque:
- negli anni '80 ben 12 trimestri con Pil trimestrali superiori al 5%
- negli anni '90 9 trimestri con Pil trimestrali superiori al 5%
- negli anni 2000 solo 4 Pil trimestrali superiori al 5%

Dunque da questi dati si evince che la crisi attuale (più che per problemi finanziari che hanno fatto "trabocarre la crisi dal vaso") ha origini reali in Usa (e nei Paesi industralizzati) di sovraproduzione di beni e servizi che parte da lontano. Dopo i periodi boom dell'era clintoniana sono venuti al pettine i nodi intrinseci di un modello che ha assoluto bisogno, con la globalizzazione (e qui i Paesi allora emergenti, Cina, Corea, India hanno scalzato con i loro tassi quelli di più vcchia tradizione industriale) e con una disocuppazione, per il momento quasi patologica, di reinventarsi una modalità di sviluppo sempre più legata alle varie tipologie di innovazione: di base, applicata, di prodotto, di processo, organizzativo e quant'altro connesso anche a nuovi e più (necessari) sobri stili di vita e comportamento con un occhio di riguardo all'ambiente e alle consuetudine di una società in continuo divenire !!!

Finalmente la notizia che aspettavamo...sì alla riforma finanziaria Usa !!

Torino, 29 aprile 2010

E' finalmente arrivato l'ok ALL' UNANIMITA' DEL SENATO USA  al dibattito sulla riforma finanziaria.
Non è ancora l'approvazione definitiva ma, i repubblicani rinunciando alle loro pregiudiziali in cambio di alcune concessioni, hanno tolto quello "sbarramento" che poteva essere preoccupante per l'iter stesso.
Quindi  oggi inizierà finalmente al Senato la discussione sul provvedimento, su cui il presidente Barack Obama si gioca la sua reputazione dopo la sfida vinta (se pur con qualche condizionamento) sulla riforma sanitaria.

 La svolta è avvenuta dopo che i democratici hanno minacciato di tenere una seduta straordinaria notturna per superare l’ostruzionismo dei repubblicani, i quali hanno deciso di accordarsi, dopo tre giorni di dura opposizione, che aveva bloccato l’iter della legge. Obama ha accolto con soddisfazione il voto del Senato, dichiarando che era «la cosa giusta da fare».
Decisivo è stato l’accordo tra il presidente della commissione bancaria Christopher Dodd e il repubblicano Richard Shelby. Poche ore più tardi è seguito il quarto voto procedurale che, dopo i tre no precedenti, ha superato lo sbarramento repubblicano ottenendo consenso unanime. La situazione si è sbloccata quando Dodd e Shelby hanno trovato un accordo sulla parte della riforma relativa alle società "too big to fail", troppo grandi per essere lasciate fallire senza mettere a rischio l’intero sistema. Come si leggeva in una nota del senatore Mitch McConnell, leader di minoranza al Senato, anche se non è trovato terreno comune su altri punti del documento, i repubblicani hanno deciso di smettere di fare ostruzionismo.
«Spero che l’interesse sbandierato dalla maggioranza a migliorare la legge sia genuino e che gli stratagemmi di parte siano conclusi», ha detto McConnell, al quale ha fatto eco un ottimista Dodd: «E' ora che cominci un dibattito serio e vigoroso, è ora che il senato agisca come dovrebbe». Il democratico, in cambio del sostegno di Shelby, ha acconsentito a eliminare dal documento la parte relativa alla creazione di un fondo da 50 miliardi di dollari che avrebbe dovuto essere usato per coprire i costi di liquidazione di una società fallita (il denaro avrebbe dovuto essere raccolto in anticipo, cosa che i repubblicani avano bollato come bailout permanente). Ora che il voto procedurale è stato superato, il documento finale sarà discusso in aula e si procederà quindi, con i tempi che il Senato deciderà, alla votazione conclusiva.
Secondo gli analisti, ora che la legge ha superato lo sbarramento iniziale, l’importante vittoria politica del presidente Obama appare a portata di mano. Una volta che il Senato avrà approvato il proprio testo, la legge dovrà essere armonizzata con quella passata dalla camera lo scorso 11 dicembre, prima di arrivare a Obama per la ratifica finale.

Speriamo che non ci siano davvero ulteriori intoppi !!! Ne riparleremo !!

Preoccupazioni dagli Usa ...oltre che dall'Europa

Torino, 27 aprile 2010

Le notizie di oggi per noi europei sono ovviamente dettate dal pesantissimo giudizio di Standard and Poor 's (link nel titolo) con il declassamento a livello  di «junk», ossia spazzatura, del debito greco a valore BB+ abbassato di tre note sul giudizio precedente. L'outlook resta negativo il che significa che il rating potrebbe essere ulteriormente declassato. Anche per il Portogallo brutte notizie. Anche qui S & P ha declassato il rating del Portogallo per il modo in cui sta gestendo l'elevato debito pubblico e la precaria situazione economica. Il rating è stato  abbassato di due note ed è passato a «A-» da «A+», in pratica quattro note sopra il cosiddetto livello «spazzatura» («junk»). L'outlook sulle prospettive del debito portoghese è negativo.
Inoltre è di queste ore l'allarme lanciato da Lucas Papademos, vicepresidente della Bce che parlando al Parlamento europeo  ha  ricordato che su SEDICI Paesi dell'Eurozona ben TREDICI hanno già in corso procedure per deficit eccessivo, e «quest'anno tutti registreranno un deficit superiore al 3% di Pil». Per il vicepresidente Bce si tratta di «squilibri di bilancio notevoli che si estenderanno ancora per parecchio tempo» almeno fino al 2013.
Ma  a mio avviso è ancor più preoccupante quanto detto da Obama:
a) "Sono deluso" ha detto " che l'opposizione repubblicana blocchi la discussione sulla riforma finanziaria a poche ore dall'attesa audizione dei vertici della Goldman Sachs.
Il primo test della riforma di Wall Street al Senato americano fallisce a poche ore dall’attesa audizione dell’amministratore delegato e del vice presidente di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein e Fabrice Tourre. I repubblicani votano compatti per il blocco della discussione sul progetto di riforma avanzato da Chris Dodd: il voto procedurale si chiude con 41 voti contrari e 57 favorevoli, ovvero meno dei 60 necessari per l’avvio del dibattito in aula. Alcuni dei senatori che hanno votato "no" all’avvio del dibattito «potrebbero ritenere la loro decisione una buona strategia politica, altri potrebbe ritenere lo slittamento un’opportunità per mantenere il dibattito a porte chiuse, consentendo ai lobbysti dell’industria finanziaria di indebolire o uccidere il progetto. Gli americano non possono permetterselo», spiega Obama, ricordando come «la mancanza di tutela dei consumatori e la mancanza di responsabilità a Wall Street hanno messo la nostra economia in ginocchio e causato sofferenze a milioni di americani, ora senza lavoro e senza casa». Da qui l’invito del presidente al Senato a tornare a lavorare per il raggiungimento di un’intesa per una riforma che «consentirebbe di prevenire crisi analoghe a quella sperimentata». Subito dopo il voto i negoziatori democratici e repubblicani sono tornati a trattare alla ricerca di un accordo, che le parti sembrano comunque non ritenere lontanissimo. Ad opporsi all’avvio del dibattito anche il democratico Ben Nelson, perplesso sulle regole stringenti previste per i derivati. Harry Reid, leader della maggioranza in Senato e ultimo a votare, si è espresso negativamente così da lasciarsi aperta la possibilità di convocare un nuovo voto procedurale più avanti. Proprio su sui derivati è stato raggiunto prima del voto un accordo fra il presidente della commissione bancaria del Senato Christopher Dodd e quello della commissione agricoltura Blanche Lincoln. La proposta prevede l’obbligo di spin off per delle divisioni di trading di swap per le banche che vogliono l’assistenza federale e lo scambio su piattaforme regolamentate per gli otc.
b) Allarme deficit pubblico - «Imperativo ridurre il deficit»
Per il presidente Usa è un obbligo verso le generazioni future e decenni di cattive abitudini a Washington hanno esacerbato la crisi fiscale: non possiamo più evitare l'assunzione di decisioni difficili ha più volte sottolineato in queste ore parlando alla Commissione bipartisan sul debito. Per il Presidente è necessario che tutti lavorino per una maggiore responsabilità fiscale, spiegando che l'aumento del deficit è stato gonfiato dalle misure di emergenza necessarie a salvare l'economia Usa. «È molto più facile spendere un dollaro che risparmiarne uno», dichiara Obama, avvisando tuttavia che PER l'ECONOMIA  USA " SI AVVICINA  «IL GIORNO DELLA RESA DEI CONTI » PER IL GIGANTESCO DEFICIT FEDERALE.
(guardare il seguente link: http://usdebtclock.org./)
«Abbiamo l'obbligo nei confronti delle generazioni future di affrontare il nostro deficit che minaccia di indebolire l'economia e lasciare i nostri bambini e i nostri nipoti con una montagna di debiti», ha sottolineato. Il presidente ha invitato quindi la Commissione ad appoggiare i programmi del governo per tagliare il deficit.

Quindi pur tra malati vari chi sta un pò meno peggio? L'Europa io dico ...nonostante tutto!!  Per cui non vedo così male l'euro per le prossime settimane. La forza degli Usa (e del dollaro) si vedrà invece se riuscirà a far segnare nei prossimi trimestri dei Pil superiore ai tre punti percentuali. Allora anche in presenza del debito più alto al mondo potrà contare sulla sua credbiltà di leader della "democrazia del rilancio".






Anche per la Merkel ok per Grecia nell'euro

Torino, 26 aprile 2010

Se mai ne ce ne fosse stato bisogno ...con tutti i ragionamenti che questo Blog ha fatto sull'ineluttabilità della Grecia nell'euro ecco la conferma di queste ore della Cancelliera tedesca Merkel: " La Grecia fuori dall'euro non è un'opzione possibile".
Ho già ricordato l'avversità della Germania per ogni forma eccessiva di liquidità facendo riferimento al peso economico che ha dovuto sostenere la parte occidentale con il cambio 1:1 tra marco occidentale  e quello della Ddr al tempo della riunificazione così come è nel Dna tedesco l'ombra spettrale e storica della grande inflazione ai tempi della Repubblica di Weimar 1922 - 1924 (per info leggere:   http://blog.libero.it/CLUBBENCHMARKING/6558237.html)  !!
Ma solo fatti estremamente eccezzionali possono portare ad uno sconvolgimento per l'Euro e i tempi e la storia dell'Europa conseguita in più di 60 anni pesano in modo tale che pur davanti a conti  pesanti (peraltro rappresentando la Grecia solo il 5 % del Pil dell'eurozona) non possono mettere in forse l'enorme valore economico e sociale percorso. Mettiamo dunque (tranquillamente) in conto uno sforzo comune (con l'Imf) per una soluzione negoziata !!
 E  come ricorda Tremonti (per la  Grecia) l'Europa non è un condominio da cui si entra e si esce «Niente default per la Grecia le voci di uscita dall'euro sono senza fondamento» !!!!!!!!!!!!!

Finalmente una notizia rilevante !!

Torino, 22 aprile 2010

Al di là dei dati ultimi del Fmi che ribadiscono la solita situazione di ripresa nel mondo a macchia di leopardo un punto centrale che merita tutta la nostra attenzione è quanto sta per proferire il Presidente Usa Obama sull'ineluttabilità di una riforma finanziaria in America.
Dalle tracce del suo discorso che terrà  oggi al al Cooper Union College di New York si evince che:
- Senza rifrome Wall Street è condannata ad una nuova crisi
- Auspica una legge bipartisan per regolare la finanza
- E' utilissimo far tesoro di cosa ci ha insegnato questa crisi
- L'intervento è rivolto ai  grandi manager di Wall Street che manovreranno una pletora di lobbisti per remare contro la riforma.
Infatti personaggi come Michael Bloomberg che oltre che fare il sindaco della Grande Mela è per professione un finanziere sono ampiamente contrari !!
Il Senato ha allo studio due provvedimenti di riforma.
In un compendio di più di mille pagine la Commissione Finanze studierebbe due interventi:
- La creazione all’interno della Fed di un ufficio per la protezione dei consumatori
- Un ente o un ufficio sui "derivati" tra l'altro appena approvato dalla Commissione Agricoltura per questioni di competenze sui future. 
 Un primo voto procedurale sull’apertura del dibattito potrà arrivare probailmente entro una settimana. Per aprire il dibattito è necessario avere la maggioranza qualificata di 60 senatori: i democratici controllano 59 voti. Ma i repubblicani nelle ultime ore sembra che possano dare una maggiore disponibilità in nome di qualche contrappeso. Certo che le accuse Sec alla Goldman Sachs hanno un pò riaperto i termini della trattativa fra opposti schieramenti. 
Vedremo nei prossimi giorni !!!

Cosa succederà nei prossimi giorni sui mercati finanziari ?

Torino, 19 aprile 2010

Per quello che potrà succedere nei prossimi giorni sui mercati finanziari vale la pena di ricordare i due ottimi articoli di oggi usciti sull'edizioni online del Corriere e de La Stampa:

A) corriere.it a firma di Massimo Gaggi

I grandi del mondo contro Goldman

Iniziativa di Merkel e Gordon Brown. E Clinton sconfessa l’ex consigliere Summers

NEW YORK — I «grandi» del mondo contro Goldman Sachs, la banca d’affari che per decenni ha dato i suoi uomini ai governo Usa e a quelli di mezzo mondo, conquistandosi il nomignolo di «Government Sachs»: un istituto che aveva costruito una posizione di potere apparentemente inattaccabile. Dopo l’incriminazione per frode decisa venerdì scorso dalla Sec, la Consob americana, il premier britannico Gordon Brown si è detto «scioccato per la bancarotta morale delle banche d’investimento» e ha chiesto alle sue autorità di vigilanza (che pare siano già al lavoro) un’«indagine speciale» sulle attività della Goldman in Gran Bretagna, mentre anche la Germania si muove: il portavoce del cancelliere Angela Merkel ha detto che l’«authority» finanziaria tedesca chiederà notizie alla Sec e poi deciderà se procedere contro Goldman per gli affari nelle quali istituzioni finanziarie come Ikb, poi salvata dalla finanziaria pubblica di Berlino Kfw, hanno perso centinaia di milioni di euro.
L’offensiva dei governi europei potrebbe estendersi anche a Parigi, per ora più cauta, forse anche perché alcune sue banche d’affari - soprattutto Calyon e Société Générale - sono sospettate di aver condotto in passato speculazioni molto avventate usando i famigerati CDO: i derivati «sintetici» del caso Goldman. Ma il tonfo della «caduta degli dèi» di Wall Street si fa sentire soprattutto negli Usa. Barack Obama e il ministro del Tesoro, Tim Geithner, hanno evitato di commentare l’accusa di frode mossa all’istituto guidato da Lloyd Blankfein, ma da venerdì premono sull’acceleratore dell’approvazione della riforma del sistema finanziario fin qui bloccata soprattutto dalla pressione delle lobby bancarie. Già domani dovrebbe riprendere la discussione del provvedimento.
Se il governo tace, affermazioni contro la «filosofia Goldman» che hanno del clamoroso vengono da un altro grande personaggio: Bill Clinton. L’ex presidente che anche nei periodi più neri della crisi aveva sempre difeso le sue riforme degli anni ’90 ispirati alla logica del laissez faire e le scelte fare da Robert Rubin, il capo di Goldman che era diventato suo ministro del Tesoro, ieri ha cambiato rotta, giudicando errate le analisi dello stesso Rubin e di Larry Summers, l’altro suo ministro del Tesoro che oggi è alla Casa Bianca come cosigliere di Obama: «Dicevano che non era il caso di regolamentare i derivati perché questi prodotti erano così sofisticati, costosi e complessi da gestire che sarebbero stati trattati solo da pochi investitori specializzati. Avevano torto, ho sbagliato a dargli retta».
Il tardivo pentimento di Clinton è una specie di epitaffio sull’era del potere illimitato dei grandi banchieri d’affari. Ora il pendolo rischia di muoversi in modo esagerato in senso opposto, quello della demagogia e degli attacchi a testa bassa motivati da interessi elettorali: difficile, nel caso della sortita di Brown, non pensare alle imminenti (6 maggio) elezioni britanniche che lo vedono indietro nei sondaggi. E anche per Obama il caso Goldman è un’occasione preziosa non solo per scardinare la resistenza delle lobby e dei repubblicani sulla sua riforma finanziaria, ma anche per dirottare su un altro bersaglio, a pochi mesi dalle elezioni di «mid term», il malumore che ha investito il governo, soprattutto l’impopolarità della riforma sanitaria.
Da oggi, insomma, Goldman fa i conti anche con un «establishment» improvvisamente ostile. Ma ci saranno anche problemi finanziari. L’iniziativa della Sec apre, infatti, la porta a una serie, potenzialmente interminabile, di richieste di risarcimento, a cominciare da quella della Royal Bank of Scotland (ormai posseduta all’84% dal governo di Londra) che, quando acquistò l’olandese ABN Amro, pagò 840 milioni di dollari per chiudere la partita dell’esposizione assicurativa sui titoli delle operazioni ora incriminate dalla Sec.
Una situazione senza precedenti con la Goldman che rischia di finire in un gorgo di richeste di indennizzo proprio mentre la Sec l’accusa di tradire la fiducia dei clienti. E ora potrebbe toccare anche ad altre banche: «Quella che è venuta fuori — ha detto ieri James Hackney, decano della Law School della Northwestern University — è solo la punta dell’iceberg». Venerdì, dopo l’annuncio della Sec, Goldman ha perso il 13%, ma anche gli altri titoli bancari hanno sofferto.
Oggi, alla riapertura, andrà verificato il nervosismo dei mercati. Secondo fonti finanziarie e alcune inchieste giornalistiche, i derivati «sintetici» ad alto rischio come quelli maneggiati dalla Goldman sono stati usati con disinvoltura anche da istituti europei, da Ubs a Deutsche Bank, ma soprattutto dai giganti Usa: Merrill Lynch, Citi e quella JP Morgan fin qui giudicata più saggia e prudente.

B) lastampa.it a firma di Maurizio Molinari
 
Nell'inchiesta Goldman tutti i big di Wall Street - E Obama ora accelera sulla riforma della finanza

L’inchiesta su Goldman Sachs si allarga a simili operazioni finanziarie condotte da altre grandi banche di Wall Street mentre il presidente Barack Obama spinge il Congresso a varare la riforma per evitare il ripetersi di illeciti ai danni degli investitori. Le indagini condotte dalla Sec, la Consob d’America, puntano a punire la pratica di Goldman Sachs di affidare i propri clienti a hedge funds che da un lato creavano prodotti finanziari e dall’altro scommettevano sul loro fallimento. Il punto è che se la Sec accusa Goldman di aver investito 10,9 miliardi di dollari in simili meccanismi altre banche - attraverso l’hedge fund Magnetar - fecero lo stesso con circa 40 miliardi di dollari di loro clienti. Il sito Internet ProPublica, appena premiato con un Pulitzer, rivela che gli instituti convolti in comportamenti analoghi a quelli contestati a Goldman Sachs sono numerosi: JpMorgan Chase, Merrill Lynch (oggi in Bank of America), Citihroup, Deutsche Bank e Ubs sono solo i più noti. Da qui la previsione dell’editoriale del New York Times secondo cui «siamo solo all’inizio di una vasta campagna del governo contro Wall Street» perché «Goldman Sachs non è l’unica banca ad aver venduto prodotti di quel tipo».
Sebbene fino a questo momento le accuse di frode vengano sollevate dalla Sec solo nei confronti di un individuo - Fabrice Tourre, all’epoca dei fatti vicepresidente di Goldman Sachs - e non della banca nè tantomeno dell’hedge fund che gestiva i prodotti-capestro - lo scenario di un allargamento delle indagini ad altri volti di primo piano della finanza fa temere nuove flessioni degli indici quando domani riapriranno le contrattazioni. È in tale cornice che il presidente americano ha sfruttato il settimanale discorso trasmesso su YouTube e per radio al fine di affermare con forza la necessità da parte del Congresso di Washington di varare la riforma finanziaria «per evitare che si ripetano gli eccessi compiuti» con strumenti a rischio come i derivati collegati al mercato immobiliare, che furono la miccia della crisi dei mercati nel 2008.
La proposta di riforma varata dalla commissione Finanze del Senato, guidata dal democratico Chris Dodd, prevede una rigida regolamentazione dei derivati assieme alla creazione di un’Agenzia federale incaricata di tutelare i consumatori di prodotti finanziari, alla formazione di un consiglio «per scoprire le nuove minacce contro i mercati» e alla possibilità di intervenire contro la crescita a dismisura di «banche troppo grandi per cadere» capaci di travolgere l’intero sistema. Ma l’ostacolo sta nell’opposizione della minoranza repubblicana, guidata dal combattivo Mitch McConnell, che disponendo di 41 seggi su 100 ha il quorum necessario per esercitare un ostruzionismo capace di portare all’impasse l’aula.
Obama si è scagliato proprio contro i repubblicani di McConnell, accusandoli di adoperare un linguaggio «cinico e ingannevole» e di «operare assieme a gruppi di lobbisti» equiparati ai pesci piraña al fine di «evitare di adottare i provvedimenti che servono per tutelare gli investitori e i contribuenti». «Ogni giorno che passa senza riuscire a correggere i difetti dell’attuale sistema - sono state le parole del presidente - è un giorno in più nel quale esponiamo i cittadini al rischio di essere travolti da una nuova crisi». È la tesi del consigliere economico Paul Volvker, secondo cui i pericoli di una ricaduta del sistema finanziario ci sono tutti. In particolare Obama accusa l’opposizione di ostacolare la regolamentazione dei derivati e minaccia di «essere pronto a ricorrere al veto» se il testo finale della riforma non dovesse includerla. McConnell ribatte invece che il braccio di ferro è «per evitare di assegnare al governo il potere di smembrare le banche al fine di adoperare poi denaro pubblico per controllarle» con la conseguenze drastica riduzione dell’autonomia di Wall Street.

Segnali sempre contrastanti sul fronte economico internazionale

Torino, 17 aprile 2010

Una settimana all'insegna di notizie contradditorie sul fronte economico internazionale. Vediamole un pò in ordine sparso:
- Crescita cinese boom dell'11,9% nel 1° trimestre 2010. Si tratta del maggior tasso di crescita degli ultimi tre anni. Si parla di una rivalutazione dello yuan in quanto il forte balzo porterebbe a una più restrittiva politica monetaria per tamponare una nascente  inflazione. La produzione industriale è cresciuta del 18,1% rispetto ad un anno fa.
- La Bce: la disoccupazione può aumentare. Se la situazione era già preoccupante non rallegra l'avviso di ieri della Bce su nuovi "possibili" incrementi di disoccupazione. Nel bollettino mensile della Bce si dice che il livello dei tassi d'interesse nell'area euro «continua a essere adeguato e ci si aspetta che l'inflazione resti moderata» nonostante a marzo sia accelerata all'1,5% superando le attese. «Nel mercato del lavoro - si legge - una sufficiente flessibilità dei salari e il potenziamento degli incentivi all'occupazione sono necessari per prevenire "UNA DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE PIU' ELEVATA NEI PROSSIMI ANNI" e sostenere il mercato del lavoro nell'area euro, le cui prospettive «DEBOLI» terranno sotto pressione i consumi e la crescita economica.
- Dichiarazioni del Governatore della Banca d'Italia Draghi: (da televideo.rai.it) "La ripresa economica è ancora fragile e non uniforme ed è esposta a rischi. Sempre in primo piano la debolezza del sistema finanziario, anche se in Italia con molti meno rischi, e la dipendenza da politiche espansive forti in tema fiscale e monetario. Sul fronte bancario le perdite sui crediti continuano a crescere.
- Aumento delle scorte Usa di petrolio. Un recente  report sulle scorte Usa ha evidenziato per la decima settimana consecutiva un aumento delle riserve di petrolio, salite di 2 milioni di barili mentre il mercato si aspettava un progresso di 1,5 milioni.
- Timori di nuove "default" di banche Usa dopo l'allarme lanciato ieri dalla Sec su presunte frodi di Goldman Sachs che ha portato ad una netta flessione l'indice Dow Jones. C'è da dire comunque che la media del Price earnenig/utile delle imprese Usa è a 22 ed è un moltiplicatore alto dopo una ripresa delle borse americane troppo lunga e inarrestabile dopo la crisi del 2009 dal valore di 6600 di marzo 2009 al dato di oggi di 11.019 vicinissimo ai massimi, una crescita lunga un anno !!!! (vedere il grafico sul seguente link: http://it.finance.yahoo.com/echarts?s=%5EDJI#chart1:symbol=^dji;range=2y;indicator=volume;charttype=line;crosshair=on;ohlcvalues=
0;logscale=on;source=undefined)
- Il Commissario alla Concorrenza Ue Almunia ieri: bisogna dare uno stop, il prima possibile, agli aiuti alle banche rivolgendosi ai ministri finanziari dell'Ue, riuniti a Madrid, affinché si avvii un confronto sulle exit strategy dalle misure di sostegno al credito. "Dobbiamo assolutamente evitare  le 'BANCHE  ZOMBIE', che restano in vita solo grazie ad aiuti ma sono troppo deboli per finanziare l'economia reale. Questa è una cosa che l'Europa non può permettersi". Almunia propone una road map da avviare nell'Ecofin di maggio.

Siamo dunque sempre come da previsioni: ripresa a macchia di leopardo, più forte in alcune aree e debole e fragile in altre. Sussistono sempre elementi preoccupanti come la situazione dei debiti finanziari pubblici e privati e la disoccupazione sempre purtroppo molto stabile e prevista duratura ancora per un bel pò che incide sui consumi (ricordo che sono il 70 % del Pil) e quindi sulla crescita (soprattutto in Europa).
Aspettiamo di vedere i dati della prossima settimana !!


 

L'euro sta dove deve stare !!

Torino, 12 aprile 2010

Riecco l'euro riprendere un trend verso 1.38 - 1.40  area di corretto "presidio" della valuta europea più volte ribadita in questo Blog negli ultimi mesi !! Riprendendo temi a me cari e rifacendosi al vincolo, non dico indissolubile, ma "politicamente" irrreversibile di quanto sancito ancora prima che dai vari Trattati europei da una storia di Costruzione europa lunga più di 50 anni con una volontà di integrazione  sempre più spinta per mille motivi non ha capito nulla chi pensava e pensa che i Paesi membri possano permettersi, al di là delle pur eventuali politiche egoistiche, di mettere in crisi il loro vessilo (l'euro) verso l'ambizioso  traguardo (per ora poco concorrenziale) di diventare la società teconologica "più competitiva al mondo" come recitava qualche anno fa al momento della nascita il Trattato di Lisbona !! Ma non è solo quello !! Le vicende della caduta del muro, l'adesione di molti Paesi dell'est all'Europa e alla Nato ex Comecon, il costo stesso che la Germania si era caricata (e che paga ancora oggi) con il cambio 1:1 tra marco occidentale e quello dell'allora DDR, la simpatia che suscita in molti paesi arabi ed asiatici la valuta europa "vincola" politicamente alla sussidiarietà volente o nolente tutti i Paesi membri dell'eurozona !! Quello che  è accaduto in Europa negli ultimi vent'anni (al di là poi della nascita dell'euro) è Storia scritta con un percorso ineluttabile. L'euro è solo il prmo passo di un'area che forse oggi economicamente è un pò debole e poco concorrenziale, ma politicamente, pur con i vari distinguo, la più forte al mondo !!!!
E il rispetto del "Patto di stabilità" di Maastricht (riguardarne i tratti salienti nel link al titolo) è un obbligo, PER CHI CAPISCE DI EUROPA, ancor prima che tecnico  morale ed etico di appartenenza !!!
Quindi chi puntava su "crepe" giornalisticamente improvvide su uno scontro tra Paesi a favore o contro l'aiuto alla Grecia si sbagliava. Il cross rate euro dollaro sarà nei prossimi mesi determinato essenzialmente da aspetti tecnici quali il differenziale tra i tassi d'interesse tra le due sponde atlantiche, la capacità di essere un'area più locomotiva dell'altra (e su questo gli Usa e di conseguenza il dollaro è più avvantaggiato), la comparazione continua tra i debiti e deficit pubblici (questo è annuale  e perciò più dinamico e significativo nel segnalare un trend) tra quello Usa e quello "AGGREGATO" europeo !!! Perchè se crisi grossa deve esserci per l'euro si verificherebbe solo se se i Paesi più importanti per Pil andassero davvero in crisi come conti pubblici ma se l'AGGREGATO è ancora "sano" le valutazioni saranno senzaltro più serene e tarnquillizzanti per l'euro.
Dunque aspettiamo di confrontarci sulle dinamiche economiche e sui dati macroeconomici reali e se volete anche su quelli finanzari ma per il momento registriamo quanto sancito ieri tra i ministri delle Finanze europei.

Juncker: «Parteciperanno tutti»

BRUXELLES

I sedici Ministri delle Finanze dei Paesi dell’Eurogruppo hanno raggiunto un accordo sull’ammontare degli aiuti alla Grecia, risultato che Atene ha accolto con soddisfazione sottolineando tuttavia di non voler ricorrere al momento al meccanismo di salvataggio europeo. Il piano prevede un ammontare massimo per il primo anno pari a 30 miliardi di euro, cofinanziato (e da completare per un ammontare non ancora specificato) dall’Fmi e sotto forma di prestiti bilaterali; secondo il Commissario europeo agli Affari economici, Ollie Rehn, il tasso di interesse sarà di circa il 5%: inferiore a quello di mercato ma più alto di quello normalmente offerto in situazioni simili dallo stesso Fondo Monetario.
Atene per ora ringrazia ma non approfitta: «Continueremo a ricorrere ai prestiti del mercato», ha dichiarato in conferenza stampa il ministro delle Finanze greco George Papacostantinou, mentre il suo Primo ministro George Papandreu ha sottolineato di voler considerare il piano europeo come «una rete di sicurezza».
La Grecia ha intenzione di lanciare martedì una nuova emssione di buoni del Tesoro per un valore di 1,2 miliardi di euro e sta valutando la possibilità di effettuare un prestito in dollari, dopo la deludente accoglienza riservata dai marcati all’ultima analoga operazione in euro. Di qui al mese prossimo Atene dovrà procurarsi circa 11,5 miliardi di euro per poter far fronte ai suoi obblighi, nel quadro di un fabbisogno per rifinanziare il debito e soddisfare le necessità di bilancio più urgenti pari a 54 miliardi di euro.

Occhio alle vicende internazionali dell'Asia

Torino, 8 aprile 2010

Ho trovato davvero interessanti due articoli usciti oggi su La Stampa Web di politica estera che segnano in modo cruento alcune aree strategiche dell'Asia, zone importanti per gli equlibri mondiali tra fonti energetiche, religione (integralismo alle volte), sviluppo, democrazie veccchie e nuove. Per ragioni di spazio vi propongo solo l'articolo di Sisci senza dimenticare, con un breve cenno, l'altra area di crisi che è il Kirghizistan dove è  fuggito il presidente e sciolto il  parlamento. Dopo i violenti scontri di ieri che hanno insanguinato le strade della capitale Bishkek causando, secondo i dati ufficiali, 68 vittime e oltre 400 feriti, la leader dell'opposizione kirghisa Rosa Otunbayzeva ha dichiarato sciolto il parlamento e annunciato che guiderà un governo provvisorio della durata di sei mesi.
Camicie rosse sulla Thailandia di Francesco Sisci

I sostenitori dell'ex premier Thaksin assaltano il parlamento, il governo fugge in elicottero, vacilla il sistema thailandese e l'idea di democrazia per l'Asia

PECHINO -- Sembra una storia facile e semplice, come il colore sgargiante delle loro divise garibaldine. Infatti, anche le camicie rosse thailandesi vorrebbero prendere in pugno la situazione e davanti alle resitenze del governo in carica, ieri hanno rotto ogni indugio assaltando il parlamento. Chiedevano, come fanno da mesi, le dimissioni del governo e di andare alle urne.
I parlamentari sono scappati con l'elicottero, sfuggendo alle proteste e alla minaccia di ritornare ad affrontare gli elettori. Insieme la corte e il partito di governo temono di perdere le elezioni e cercano almeno il rinvio.
Dietro il dramma di piazza c’è però un complicato gioco politico. Le tortuosità della logica indiana e l'opacità dei ragionamenti cinesi si fondono ed esplodono nell'estrema potenza dell’apparente follia totale qui, secolare ponte tra le due civiltà. Gli attori in gioco in questa partita sono almeno tre. C’è innanzitutto l'ex premier Thaksin Shinawatra, miliardario, controverso, deposto con un colpo di stato nel 2006 e successivamente condannato per corruzione. Lui è sostenuto dalle camicie rosse e vuole il ricorso al voto perché ha fiducia nel suffragio popolare. Del resto Thaksin ha vinto a maggioranza assoluta o quasi tutte le elezioni a cui ha partecipato, comprese quelle in cui era assolutamente sfavorito, condotte sotto il governo militare alla fine del 2007. I suoi oppositori lo accusano di essere populista e demagogico, i sostenitori affermano che è solo popolare e democratico.Di certo per la prima volta nella storia della Thailandia, dalla fine della monarchia assoluta, con Thaksin un governo non si è retto su un equilibrio fragile che aveva bisogno del re per essere puntellato, ma aveva una maggioranza forte che poteva fare a meno dei favori della corte.
Questo gli ha inimicato la corona e suoi dignitari che dal 2004 sostennero più o meno direttamente la protesta contro di lui delle camicie gialle, colore scelto in omaggio al sovrano re Bhumibol.
Lui è l’idolo del paese e per non dimenticarselo la sua gigantografia a colori troneggia, come è giusto per un re, ad ogni angolo di strada
È il secondo personaggio del dramma in corso. Figura ultracarismatica, ieratica, quasi divina per la costituzione, è riuscito a reggere il paese scosso dai colpi da sinistra, per la minaccia comunista nella guerra del Vietnam, e da destra, visti i 18 golpe militari che hanno punteggiato gli ultimi 60 anni di storia thailandese.
Ora però re Bhimipol, classe 1927, sul trono dal 1946, è da mesi in ospedale. A Bangkok si mormora, ma solo con un fil di voce perché porta male e portare male al re è quasi crimine di lesa maestà, che sia in cattiva salute, si teme per la sua vita.
La sua morte potrebbe essere un rivolgimento completo per il paese. Mentre l’augusto genitore è contro Thaksin, l’affarista che si è comprato un posto in politica, il principe che gli succederebbe Vajiralongkorn, gli è sfacciatamente amico.
Lui è nato nel 1952, di appena tre anni più giovane di Thaksin, non fa mistero di questo rapporto neppure in questi mesi in cui l'ex premier è in esilio inseguito da un mandato di cattura dell’interpol.
Né è un mistero che la corte detesti il principe ereditario. Al suo posto vorrebbe una delle sue sorelle, pie e studiose come il padre. Lui invece è inseguito da una fama di debosciato e scavezzacollo.
Ma forse anche questo non è poi così vero. Il giovane Vajiralongkorn a 20 anni faceva il pilota militare e negli ’70, quando non gli era certo richiesto ed era molto pericoloso, ha combattuto in Vietnam accanto agli americani.
Il coraggio non è certo una qualità che gli manca, visto il suo passato, né gli manca l’astuzia, visto che è riuscito a sopravvivere ad anni di complotti di corte.
I cortigiani infatti vorrebbero cambiare la costituzione e passare l’eredità della corona a una sorella. Ma questo passaggio crea un cortocircuito della sacralità. I monarchici insistono che la figura del sovrano è sacra, in contatto con il divino, quindi gli umani non possono giocherellare con leggi e regolamenti terreni per modificare quello che il cielo ha scelto come prossimo re.
Così, quasi come in attesa di un verdetto divino, la Thailandia aspetta che il governo ceda alle pressioni di piazza, o che la polizia usi la forza contro i manifestanti o che un miracolo di un qualunque tipo accada.
In mezzo si sbriciola l’unità del paese, e questo è un dramma per la Thailandia, ma si sgretola ancora di più la fede nel continente per il sistema democratico. Se non si riesce a difendere nel bene o nel male, la scelta delle urne là dove la demoocrazia esiste, come si può imporre questosistema politico là dove non esiste, come per esempio nella vicina Birmania? E questo è il dramma dell’Asia.

Economia ancora fragile per l'Ocse

Torino, 7 aprile 2010

A conferma delle informazioni postate ieri su questo blog giunge oggi l'informazione dall'Ocse di una ripresa ancora fragile.
Ecco il testo in questione:

Fonte Teleborsa: http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20100407&fonte=TLB&codnews=661

Secondo l'Organizzazione, la crescita dovrebbe essere più forte negli Stati Uniti che in Giappone e nei primi tre Paesi dell'Eurozona (Germania, Francia e Italia), ma l'attività resterà generalmente fiacca a causa della riduzione delle scorte e del calo della domanda da parte del settore industriale e dei consumatori. Il venir meno delle misure di stimolo predisposte durante la crisi e le criticità del mercato del lavoro contribuiranno a pesare in questo scenario.
In base alle stime più recenti, l'OCSE prevede che il PIL del G7 cresce nel suo complesso dell'1,9% nel primo trimestre e del 2,3% nel secondo. La crescita maggiore, dopo il Canada, sarà quella realizzata dagli Statri Uniti, che mostreranno tassi di crescita del 2,4% nel primo quarto e del 2,3% nel secondo. Più modesto lo scenario dell'Eurozona, che vedrà i primi tre Paesi (Germania, Francia e Italia) crescere in media dello 0,9% nel primo trimestre e dell'1,9% nel secondo. L'Italia dovrebbe realizzare un incremento del PIL dell'1,2% nel primo trimestre, per poi subire un rallentamento allo 0,5% a giugno.

L'OCSE, in considerazione di questi fattori, lancia un monito ai Paesi dell'area del G7, affinché la rimozione delle misure di stimolo predisposte durante la recessione venga valutata con la massima cautela.

Economia mondiale ed italiana poco mossa

Torino, 6 aprile 2010

Cosa dicono le informazioni economiche più recenti?

Non molto ! Semmai la solita speculazione che cerca di anticipare con i suoi andamenti la ripresa.
Sono giustificati questi movimenti?
Il petrolio è sui massimi intorno agli 87 $ al barile da oltre un anno dallo stesso periodo 2009  (50 $ a barile)
L'oro invece che meglio misura le eventuali tendenze inflazionistiche rimane ancora sotto i suoi massimi di fine novembre 2009 (intorno ai 1200 $ per oncia) e da un pò di settmane è quotato tra 1050 - 1150
Anche l'Euribor (per i tassi variabili)  e l'Eurirs - Irs per i tassi fissi continua a non mostrare segni di rialzi il che fa pensare che non ci siano ancora segni tangibili di significativa ripresa economica.
A tal proposito sono di Pasqua le stime del Fondo Monetario Internazionale sull'economia mondiale, europea e sull'Italia.
Nel primo caso si evince dal rapporto quanto segue:
- nel 2010 il Pil mondiale crescerà del 4,1%, un punto in più delle previsioni fatte nell’ottobre scorso.
- la crescita è però guidata da Cina ed India che tornano a svilupparsi al ritmo del 10 e dell’8%.
- Europa ancora al palo o quasi con  una crescita modesta (pesano i Paesi con forte indebidamento pubblico Grecia in primis)  0,8% per il 2010 e 1,4% nel 2011.
- Per l'Italia si registra un aggiornamento al ribasso (-0,2%) rispetto alle stime fatte a gennaio ma anche al rialzo (+0,6%) rispetto a quelle di ottobre. In ogni caso è inferiore alle previsioni del governo presentate con l’aggiornamento del patto di stabilità che fotografano un aumento del Pil dell’1,1%.
- Parlando di ripresa ancora notizie dal Fmi poco confortanti per l' Italia in quanto la disoccupazione quest’anno crescerà di un punto (dal 7,8% all’8,7%)  per diminuire con la ripresa nel 2011.

Nel tradizionale dossier del Fondo, che verrà presentato a Washington nel meeting di primavera in tandem con la Banca mondiale, ci sarà anche un forte richiamo ai governi nazionali affinché non abbassino la guardia «nel risanamento dei conti pubblici e la riforma del sistema finanziario». È tutt’altro che scomparso, lascia intendere il Fondo, il rischio «che un’ampia offerta di liquidità possa tradursi in nuove distorsioni speculative».
La crescita mondiale, come del resto già evidenziata nei precedenti studi, si snoda lungo un percorso a tre velocità:
- in testa le tigri asiatiche con crescita a due cifre
- seguite dagli Usa il cui Pil quest’anno si posizione in crescita del 3%
- infine i Paesi europei che mediamente avanzano al ritmo dell’1% scarso.
Le economie avanzate, ma anche le più vecchie, sono quelle che sono gravate dal fardello di bilanci pubblici fragili e da un debito sempre più elevato.
Sempre vista con preoccupazione un 'eventuale effetto domino per i soliti Paesi più esposti sul debito pubblico. 

«L’attività di crescita— notano gli economisti di Washington — continua a dipendere da politiche accomodanti ed è soggetta a rischi al ribasso».

Il Fondo chiede che «le politiche fiscali e monetarie continuino nel 2010 a sostenere crescita e occupazione, in particolare in Europa la Banca centrale dovrà mantenere ancora i tassi di interesse fermi agli attuali minimi storici».