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I Derivati: il male del nuovo millennio !!! IIa Parte

Torino, 27 giugno 2012
II Parte: I Derivati da Il Fatto Quotidiano di Matteo Cavallito del 11 giugno 2012
I derivati valgono 10 economie mondiali e la regolamentazione resta lontana

I Derivati "Valgono" 601 mila miliardi di dollari, 10 volte il Pil globale. A tanto ammonta il controvalore degli strumenti finanziari derivati scambiati nel Pianeta. A rivelarlo la Banca dei regolamenti internazionale nel suo bollettino trimestrale. Il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner invoca regole globali, un traguardo tuttora lontano
Nella gestione del mercato dei derivati occorre implementare norme più severe evitando di seguire “il tragico esempio” di una regolamentazione soft di scuola britannica. Il segretario al tesoro degli Stati Uniti Timothy Geithner non ha certo usato mezze parole per esprimere quello che evidentemente è un concetto che gli sta profondamente a cuore. Responsabile forse numero uno della crisi finanziaria – o per meglio dire della sua diffusione dalla California all’Islanda fino ai mercati emergenti e all’Europa continentale – la finanza strutturata continua a destare i peggiori timori agli occhi degli analisti. E sì, perché alla luce dei dati odierni non traspare soltanto come la crisi mondiale non sia affatto in remissione. Ma anche come i suoi catalizzatori principali godano tuttora di ottima salute. Grazie anche alla possibilità di alimentare milioni di transazioni nella più assoluta indipendenza.
Le informazioni le ha fornite puntualmente la Banca dei regolamenti internazionali del Comitato di Basilea pubblicando l’ormai consueto bollettino trimestrale. E ribadendo, ancora una volta l’ottimo stato di salute del settore. “Il valore nozionale dello stock in essere di derivati negoziati fuori borsa (over-the-counter, OTC) è salito del 3% nella seconda metà del 2010, portandosi a 601 trilioni di dollari a fine dicembre – si legge nel rapporto. L’incremento è in larga parte conseguenza diretta dell’apprezzamento delle principali valute nei confronti del dollaro USA, divisa di segnalazione delle statistiche”. Uscendo dal gergo finanziario: l’ammontare totale dei titoli derivati circolanti nel mondo e misurato nel secondo semestre dell’anno scorso è pari a un controvalore teorico di 600 mila miliardi di dollari. L’aumento è leggermente sovrastimato, perché la quantità è misurata in dollari e la valuta Usa, nel periodo di osservazione, si è leggermente deprezzata rispetto alle altre. Ma la sostanza non cambia. Questa montagna di ricchezza virtuale – e tale resta visto che al mondo non esiste un ammontare equivalente di capitali in grado di liquidarla – continua a mantenersi costantemente abnorme. E di certo non è una bella notizia.
Quella dei 600 mila miliardi si è imposta da tempo come la soglia critica del settore. Nel dicembre del 1998, quando la Bis realizzò la prima rilevazione, il controvalore degli strumenti derivati scambiati fuori dalla borse si attestava a quota 81 mila miliardi, equivalenti al 125% circa del Pil mondiale misurato oggi. Basterebbe questo confronto per capire il significato della pantagruelica esplosione del settore nel corso dell’ultimo decennio. Alla fine del 2001 il loro valore complessivo aveva superato i 111 mila miliardi, 3 anni più tardi l’ammontare era quasi quadruplicato. L’anno successivo l’incremento sarebbe stato di 181 mila miliardi, un record. La crisi ha successivamente prodotto un’altalena, ma le variazioni non sono state più così significative. Oggi, spiega la Bis, il settore sfonda nuovamente la soglia dei 600 trilioni (o bilioni, a seconda delle scuole di pensiero sulla traduzione corretta del termine “trillion”) avvicinandosi alla quota record del 2009 (614). La differenza rispetto ad allora è pari a 13 mila miliardi. Una cifra apparentemente enorme, equivalente a poco meno del Pil dell’Unione europea. Ma anche una sostanziale bazzecola per un mercato equivalente a 10 prodotti interni lordi mondiali.
Fin qui la sbornia delle cifre. Salutare, vista la sua utilità per capire la portata del fenomeno. Ma in realtà, per comprendere il significato del rapporto Bis e delle preoccupazioni di Geithner, occorre concentrarsi su un’altra espressione ricorrente: over-the-counter, OTC, letteralmente “dietro al bancone”, o per rendere meglio l’idea “sottobanco”, dove l’espressione non implica operazioni illegali quanto in realtà transazioni invisibili ai più. La stragrande maggioranza degli scambi del settore avviene al di fuori delle piazze ufficiali, il che significa sfuggire al controllo degli organi di vigilanza. Una Consob o una Fsa mondiale dei derivati ancora non esiste anche se la scadenza ipotetica per una sua costituzione si avvicina sempre più. In risposta alla crisi finanziaria, il G20 aveva fissato per il 2012 il termine necessario per la realizzazione di un organismo di vigilanza globale sul mercato: una specie di clearing house globale, ovvero una stanza di compensazione, caratterizzata dalla presenza di intermediari in grado di fare da garanti sulla riuscita delle operazioni offrendo implicitamente trasparenza a un mercato ad oggi ancora largamente nell’ombra. Ma la differenti vedute tra le due sponde dell’Atlantico e la resistenza delle lobbies bancarie (il 96% delle transazioni è compiuto oggi da cinque banche Usa – JP Morgan, Citibank, Bank of America, Goldman Sachs ed Hsbc – che alla fine del 2010 hanno messo in cassa profitti per più di 19 miliardi) rende questa ipotesi molto labile.
Insomma, il mercato ha ancora ottime probabilità di restare nell’ombra dando spazio a libere transazioni dei suoi titoli strutturati. Derivati scambiati pericolosamente come i contratti futures sulle materie prime che fanno esplodere il prezzo del petrolio o scatenano emergenze umanitarie quando prendono di mira le commodities alimentari. Oppure le obbligazioni “collaterali”, le stesse che hanno permesso al mercato immobiliare di trascinare sul fondo una pletora di investitori che avevano scommesso sui subprime, o i famigerati Interest rate swaps, gli strumenti pensati per proteggere dai rischi di un’impennata dei tassi di interesse che hanno messo in crisi migliaia di municipalità in Italia, Usa e Germania e che divengono adesso sempre più “strategici” di fronte alla crescente attenzione per le politiche monetarie globali che si basano, ovviamente, proprio sulla gestione del costo del denaro. Infine, gli immancabili Cds, quei Credit default swaps che proteggono sì dal rischio bancarotta dei debitori ma lanciano anche pericolosi segnali di mercato spingendo verso l’alto la paura e i tassi di interesse sulle obbligazioni a danno, Grecia docet, delle stesse esposizioni debitorie. Pur rappresentando ancora una fetta ridotta del mercato, i Cds sulle obbligazioni sovrane sono cresciuti del 6% nell’ultimo semestre preso in esame dalla Bis. Confermando una tendenza alla crescita evidenziatasi in modo ancor più netto durante la prima metà del 2010, quando il loro controvalore aveva subito un incremento del 26%.

Questo è il vero problema dell'economia !!! Parte 1°

Torino, 27 giugno 2012
Al di là della crisi macroeconomica dei Pesi industrailizzati (eccesso di capacità produttiva e scarsa domanda di consumi finali e beni intermedi) e del debito sovrano di molti Stati molto  indebitati la SPINA NEL FIANCO ad un sano equilibrio delle dinamiche reali e finanziarie è rappresentato dall'anarchia di una mole immensa di DERIVATI !!!!
Ecco a testimonianza di ciò due articoli apparsi di recente su questo tema:
1) La mina derivati vale la metà del Pil europeo
di Antonella Olivieri.   Commento di      Il Sole 24 Ore del  20 giugno 2012
I derivati: una mina si aggira per l'Europa. E le regole non riescono a intercettarla, anzi sono proprio le regole – la prossima introduzione di Basilea 3 – ad aver guidato la ricomposizione dei portafogli delle banche nella direzione di una maggior assunzione di rischio, visto che il 97% dei derivati di cui sono imbottiti i big del credito continentale è di natura speculativa. Le cifre parlano chiaro: sono quelle dei bilanci analizzati da R&S-Mediobanca nello studio sulle «Maggiori banche internazionali».

I danni «collaterali» che feriscono l'Italia. Una spirale da fermare

Il campione di riferimento è quello delle venti maggiori banche europee, che tutte insieme sono una "potenza" con attivi di bilancio pari a oltre due anni di Prodotto interno lordo dell'area. Ebbene, queste banche, dallo scorso anno si sono messe a vendere a manbassa i titoli in portafoglio per alleggerirsi di asset che assorbono capitale di vigilanza, e in compenso si sono gettate sui derivati, che invece sono quasi ignorati ai fini dei ratio patrimoniali. Risultato: i 5.854 miliardi di derivati che hanno in pancia sono arrivati a contare più della metà del Pil europeo. Per essere più precisi, mentre l'incidenza sul Pil dei titoli in portafoglio è di colpo calata dal 48,1% del 2010 al 40,9% del 2011, quella dei derivati è balzata dal 41,3% al 53,2%. I due terzi sono scommesse sui tassi d'interesse, ma 450 miliardi sono puntati sul "merito di credito", 670 sui cambi.
Dov'è il problema? Il problema è il rischio latente. Per un "errore" JP Morgan ha perso 2 miliardi di dollari su questi prodotti. Ma non c'è neanche bisogno di sbagliare troppo. Un 10% di perdite sui derivati sarebbe in grado di mangiarsi più della metà (precisamente il 55,6%) del patrimonio di vigilanza delle grandi banche europee, cosa che non succederebbe nemmeno se tutti i crediti dubbi andassero in fumo (in quel caso il capitale regolamentare diminuirebbe del 49,3%). Salvo che, a differenza degli impieghi, i derivati non entrano nel conto. Le perdite però sì. Tanto più che la massa dei derivati è sette volte il patrimonio netto tangibile dei signori del credito.
Un problema che non riguarda solo l'Europa, anche se negli Stati uniti, che sono stati la culla della finanza innovativa, il fenomeno appare relativamente più contenuto, anche perchè il sistema è più frazionato. Nel novero dei big, a parità di criteri di selezione, rientrano solo sette banche made in Usa, i cui attivi sono pari all'87,4% del Gdp americano. Anche qui i derivati sono cresciuti, ma in misura inferiore, passando in un anno dal 26,7% del Pil a stelle e strisce al 32,8%: in valore assoluto, da 3.886 a 4.954 miliardi di dollari, di cui 380 sul merito di credito e 370 sui cambi. Va detto però che dalla quinta all'ottava posizione per dimensioni compaiono le "filiali" di quattro istituti europei che, come tali, rientrano nella classifica del Vecchio Continente.
Le medie non fanno giustizia delle differenze. Che ci sono anche in questo caso. Le due maggiori banche italiane sono infatti relativamente poco esposte sui derivati: Intesa-Sanpaolo per l'8,1% del totale attivo, UniCredit per il 12,7%. Poco esposta anche la britannica Lloyds (6,8%), ma è un'eccezione perchè le connazionali Rbs (35,1%) e Barclays (34,5%) sono invece al top, dietro solo a Deutsche Bank che coi derivati sfiora il 40% dell'attivo. Per non restare indietro, lo scorso anno anche Hsbc si è data da fare, aumentando del 64,4% i derivati attivi che ora pesano per un quinto del totale di bilancio, poco sotto le francesi Bnp (23,5%), Crédit Agricole (22,2%) e SocGen (21,5%). Quanto a propensione allo strumento non scherzano neppure le banche elvetiche, che hanno circa un terzo dell'attivo spiegato dai derivati (33,2% Crédit Suisse, 34,3% Ubs).
Insomma, comunque la si giri, ma una mina vagante dagli effetti potenzialmente devastanti. Tanto da rimpicciolire persino il rischio Grecia che pure, lo scorso anno, per le stesse venti banche è costato 21,2 miliardi di minusvalenze solo sui titoli di Stato. L'esposizione residua ammonta a 7,76 miliardi, concentrata in particolare su Crédit Agricole (2 miliardi), Bnp Paribas (1,43 miliardi), ma anche Commerzbank (800 milioni). In tutto il debito sovrano dell'Europa periferica – oltre alla Grecia, anche Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna – conta per 303 miliardi nei portafogli delle grandi banche continentali. Le più "solidali" sono le francesi, con Bnp che ha 14,47 miliardi di BTp, 2,69 di bond portoghesi, 1,39 di titoli irlandesi, mentre Crédit Agricole ha 10,7 miliardi di titoli pubblici italiani, 3,3 di bonos spagnoli, 2,47 di obbligazioni portoghesi e 1,45 di irlandesi. Su Roma hanno scommesso anche Dexia (9,8 miliardi) e Commerz (7,9 miliardi), che ha anche 2,8 miliardi di bonos.