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Ancora ripresa a macchia di leopardo

Torino, 31 luglio 2010
Sono di questi ultimi giorni di luglio le notizie in parte positive in parte meno rassicuranti sul fronte della ripresa.
Proprio oggi è stato annunciato che il il Pil in Cina dovrebbe crescere oltre il 9% nel 2010. Lo ha riferito Yi Gang, capo dell'Amministrazione statale per gli scambi economici. Il prodotto interno lordo cinese e' cresciuto dell'11,1% nella prima meta' del 2010 rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Yi ha pero' detto che nei prossimi mesi c'e' da aspettarsi un calo causato dal fatto che il paese sta fronteggiando una enorme pressione nei campi della protezione ambientale, delle risorse e dell'energia.
In Usa la ripresa sembra più lenta del previsto. Infatti il II trimestre si attesta al 2,4% mentre il mercato si attendeva  un +2,6%. Dal punto di vista statistico però un bel balzo c'è stato nel primo trimestre a  +3,7% rivisto al rialzo dopo l'iniziale + 2,7%.
Per l'economia Usa è comunque il quarto trimestre consecutivo in crescita. Il dato potrebbe creare difficoltà all'amministrazione Usa, visto che una crescita meno spedita significa anche una più lenta ripresa occupazionale. Nel secondo trimestre la spesa per consumi è salita dell'1,6%, contro il +1,9% del primo trimestre. Pesano nel secondo trimestre anche le importazioni, crescite del 29%, contro il +10% dell'export. Bene invece gli investimenti, che salgono del 22% per quanto riguarsa la spesa in equipaggiamenti e software, il massimo dal 1997 (fonte corriere della Sera).
Inoltre fine degli incentivi:
Il piano da oltre $700 miliardi approvato l'anno scorso e' ormai giunto a termine. Per Goldman ne serve un altro, pena il calo di almeno l'1% del Pil fra fine 2010 e i successivi 12 mesi.
Da wallstreetitalia.com:
La fine del pacchetto di stimolo all'economia Usa e' una cattiva notizia proprio per la ripresa in corso. La sostegono gli analisti di Goldman Sachs facendo riferimento al piano da $787 miliardi di dollari approvato un anno fa. "Tutto cio' si tradurra' in almeno un punto percentuale in meno di crescita tra l'ultimo trimestre del 2010 allo stesso periodo dell'anno successivo rispetto a quanto avevamo gia' stimato", ha spiegato l'analista Alec Phillips in un report ottenuto da Cnbc.
Quanto agli stimoli, "il Congresso sembra sempre meno propenso a estendere ulteriori aiuti fiscali nonostante le difficolta' che ancora si possono riscontrare", ha continuato l'esperto. Secondo Phillips, non ci saranno altre novita' dopo l'approvazione (voluta da Obama) dell'allungamento di sei mesi delle scadenze per i benefici fiscali a favore di chi e' disoccupato da lungo tempo. Insomma, il fatto che ulteriori concessioni non siano all'orizzonte e' una cattiva notizia.
Tra coloro che si pongono a favore di nuovi aiuti per accelerare l'economia c'e' Niall Ferguson, pro tagli alle tasse. Il professore di Harvard ha detto che "qualcuno" a Washington deve farsi avanti con un piano credibile che riporti gli Stati Uniti sulla strada della stabilita' fiscale.
Da blog.panorama.it:/economia:
Per  l'Europa infine è stato superato l'esame degli stress test. L’Italia può essere soddisfatta: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare e Monte dei Paschi di Siena hanno superato l’esame degli ’stress test’. Ma cosa sono gli ’stress test’? Che cosa misurano e, soprattutto, sono affidabili? I ‘test di resistenza’, come li chiamano i francesi, sono stati messi a punto dal Committee of European banking supervisors della Commissione Europea in collaborazione con la Banca Centrale Europea (BCE) e le singole autorità di vigilanza nazionale per valutare se 91 istituti finanziari di venti diversi Paesi (che insieme rappresentano il 65% del settore in Europa) sono oggi abbastanza solidi da poter fronteggiare un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche dell’Unione. Ecco perché superare il test dovrebbe portare a un miglioramento della fiducia degli azionisti nel futuro economico dell’Europa. Daltronde ne è una riprova il comportamneto dell'euro che dopo aver toccato un minimo il 7 giugno di  1,1874 contro dollaro (e quando in molti prevedeveno una parità 1:1 nel 2011) è stabile sui 1,30 in questi giorni.
Del resto, gli ’stress test’ sono stati pensati proprio per ridare forza e stabilità ad un mercato ancora preoccupato che la crisi che ha colpito la Grecia, oltre ad essere difficile da superare completamente, possa estendersi ad altri stati. Per riuscirci, bisogna fare in modo che gli investitori sappiano quali banche possono essere considerate affidabili e quali no. Per superare il test, in uno scenario estremo che ipotizza che nel biennio 2009/2010 e 2010/2011 il Pil cresca del 3% in meno rispetto alle stime attuali, il rapporto tra capitali propri e attività totali delle banche deve rimanere sopra il 6%.
Sono state solo sette su 91 le banche che non hanno passato la prova. Non a caso, si tratta degli istituti finanziari più piccoli della Spagna, di una banca greca e di una tedesca. Gli istituti di credito per i quali gli esperti del settore avevano già preannunciato in tempi non sospetti il fallimento dei test.
Nei giorni scorsi la stampa americana ha criticato con insistenza la credibilità degli ’stress test’ europei. E oggi sono più convinti di ieri che le assicurazioni della BCE in merito alla capitalizzazione degli istituti di credito del Vecchio continente siano troppo vaghe. ‘Se tutte le banche tranne quelle palesemente in difficoltà hanno superato la prova’, scrivono gli americani, ‘non significa che l’economia europea sia stabile, ma solo che i test non sono abbastanza rigorosi’.
Un bel rebus !!!
Aspettiamo dunque altri segnali nel dopo estate fiduciosi che almeno la fine della recessione è ormai un fatto certo. Se poi la ripresa mondiale sarà duratura bisognerà attendere che i segnali incoraggianti non siano solo di natura congiunturale ma anche strutturale per tutto il pianeta magari con un nuovo modello di sviluppo forse con dati di crescita più lenti ma più mirati alle esigenze del mondo intero con un occhio importante alla qualità della vita !!

Cosa vuole l'America dalla Cina ?

Torino, 20 luglio 2010
Ci sembra interessante proporvi sul dibattito "Cina a sostegno del dollaro" quanto apparso oggi su La Stampa online.

Articolo di JOSEPH S. NYE *


Per molti anni, i funzionari americani hanno fatto pressione affinché la Cina rivalutasse la sua valuta. Denunciando che il renminbi sottovalutato rappresenta una concorrenza sleale, poiché distrugge posti di lavoro americani e contribuisce al deficit commerciale degli Stati Uniti. Come dovrebbero ora rispondere i funzionari degli Stati Uniti?
Poco prima della recente riunione del G-20 a Toronto la Cina ha annunciato una formula che permetterebbe un modesto apprezzamento del renminbi, ma alcuni congressisti americani restano scettici e minacciano di aumentare le tariffe sui prodotti cinesi.
L'America assorbe le importazioni cinesi e paga in dollari, la Cina li incassa e ha così accumulato 2.500 miliardi di dollari in riserve valutarie, in gran parte titoli del Tesoro Usa. Secondo alcuni osservatori, questo rappresenta un cambiamento fondamentale nell’equilibrio globale del potere, perché la Cina potrebbe mettere in ginocchio gli Stati Uniti con la minaccia di vendere i suoi dollari.
Ma, se la Cina dovesse mettere in ginocchio gli Stati Uniti questa operazione potrebbe atterrarla. La Cina non solo ridurrebbe il valore delle sue riserve con la caduta del valore del dollaro ma metterebbe in pericolo la costante volontà dell’America di importare prodotti cinesi a buon mercato, il che significherebbe perdita di posti di lavoro e instabilità nel Paese. Giudicare se l’interdipendenza economica genera potere richiede una valutazione dell’equilibrio delle asimmetrie, non solo di una parte dell’equazione. In questo caso, l’interdipendenza ha creato un «equilibrio del terrore finanziario», analogo alla Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti e l’Unione sovietica non usarono mai il loro potenziale per distruggersi a vicenda in una guerra nucleare.
Nel febbraio del 2010, arrabbiati per una vendita di armi americane a Taiwan, un gruppo di alti ufficiali delle forze armate ha chiesto al governo cinese di vendere titoli di Stato Usa per rappresaglia. La loro proposta non è stata ascoltata. Invece, Yi Gang, direttore in Cina dell’amministrazione statale della valuta estera, ha spiegato che «gli investimenti cinesi in titoli del tesoro statunitense seguono le regole del mercato e non vogliamo politicizzarli». Altrimenti il dolore sarebbe reciproco.
Tuttavia, questo equilibrio non garantisce la stabilità. C’è sempre il pericolo di azioni con conseguenze impreviste, tanto più che da entrambi i Paesi ci si possono aspettare manovre per modificare il contesto e ridurre la propria vulnerabilità. Ad esempio, dopo la crisi finanziaria del 2008, mentre gli Stati Uniti facevano pressioni sulla Cina perché lasciasse apprezzare la sua moneta, i funzionari della banca centrale cinese hanno iniziato a dire che l’America aveva bisogno di aumentare i suoi risparmi, ridurre il deficit, e agire per supportare il ruolo del dollaro come valuta di riserva con diritti speciali di prelievo garantiti dal Fmi.
Ma la Cina abbaia più di quanto non morda. La accresciuta potenza finanziaria della Cina potrebbe avere aumentato la sua capacità di resistere alle pressioni americane, ma nonostante le fosche previsioni, il suo ruolo di creditore non è stato sufficiente per costringere gli Stati Uniti a cambiare le sue politiche.
Mentre la Cina ha adottato misure minori per rallentare l’aumento delle sue partecipazioni in dollari, non è stata disposta a rischiare una moneta pienamente convertibile per motivi politici interni. Così, è improbabile che il renminbi sfidi il ruolo del dollaro come principale componente delle riserve mondiali (oltre 60%) nel prossimo decennio. Tuttavia, a mano a mano che la Cina aumenta gradualmente il consumo interno, piuttosto che affidarsi alle esportazioni come motore della crescita economica, i suoi leader possono cominciare a sentirsi meno dipendenti di quanto lo siano dall’accesso al mercato statunitense come fonte di creazione di posti di lavoro, cosa che è cruciale per la stabilità politica interna. In tal caso, il mantenimento di un renminbi debole proteggerebbe la bilancia commerciale da un diluvio di importazioni. Le asimmetrie nei mercati valutari sono un aspetto particolarmente importante del potere economico, dal momento che sono alla base del commercio mondiale e dei mercati finanziari. Limitando la convertibilità della propria valuta la Cina sta evitando la capacità dei mercati valutari di disciplinare le decisioni economiche interne. Si confronti, ad esempio, la disciplina che le banche internazionali e il Fondo monetario internazionale sono stati in grado di imporre ad Indonesia e Corea del Sud nel 1998, con la relativa libertà degli Stati Uniti - agevolata dalla denominazione del debito in dollari americani - nell’aumentare la spesa pubblica in risposta alla crisi finanziaria del 2008. Infatti, anziché indebolirsi, il dollaro si è apprezzato in quanto gli investitori guardano alla forza alla base degli Stati Uniti come a un rifugio sicuro.
Ovviamente, un Paese la cui moneta rappresenta una parte significativa delle riserve mondiali può guadagnare potere internazionale da questa posizione, grazie a termini più agevoli per l’adeguamento economico e la capacità di influenzare gli altri Paesi. Come ebbe occasione di dire una volta il presidente francese Charles De Gaulle, «poiché il dollaro è la moneta di riferimento in tutto il mondo, può costringere altri a subire gli effetti della sua cattiva gestione. Questo non è accettabile. Questo non può durare».
Ma lo ha fatto. La forza militare ed economica americana rafforza la fiducia nel dollaro come un rifugio sicuro. Per citare un analista canadese, «l’effetto combinato di un mercato avanzato di capitali e di una potente macchina militare per difendere quel mercato, e altre misure di sicurezza, come ad esempio una forte tradizione di tutela dei diritti di proprietà e una reputazione di diritti onorati, hanno reso possibile attrarre capitali con grande facilità». Il G-20 è incentrato sulla necessità di «riequilibrare» i flussi finanziari, modificando il vecchio modello dei deficit degli Stati Uniti che incontrano le corrispondenti eccedenze cinesi. Ciò richiederebbe cambiamenti politicamente difficili in consumi e investimenti, con l’America che accresce i suoi risparmi e la Cina che aumenta il consumo interno. Tali cambiamenti non avvengono velocemente. Nessuna delle due parti ha fretta di rompere la simmetria delle vulnerabilità interdipendenti, ma entrambe continuano a tentare di modellare la struttura e il quadro istituzionale dei loro rapporti di mercato. Per il bene dell’economia globale, speriamo che nessuna delle due parti faccia male i propri conti.

*Docente alla Harvard University e autore del libro di prossima uscita «Il potere nel 21° secolo».

L'industria torna a tirare anche in Italia !!

Torino, 20 luglio 2010
Altra buona notizia di oggi. Ordinativi da record per l'industria italiana. A maggio - afferma l'Istat - gli ordini sono cresciuti del 26,6% su base annua, dopo il +20,6% del mese prima, segnando il record assoluto dall'inizio della nuova serie storica, nel 2005. Nel confronto mensile invece, c'è stato un aumento del 3,2%, con una frenata rispetto al +4,8% di aprile (dati destagionalizzati).

Veri segnali di ripresa dalla Germania !!

Torino, 20 luglio 2010
Finalmente i segnali che aspettavamo. Dopo tanto parlare di finanza un pò di buone notizie dall'economia reale.
Dal sito de Il Sole 24 ore online:
La ripresa dell'economia tedesca si é "notevolmente" rafforzata nel secondo trimestre dell'anno rispetto al primo e il trend positivo dovrebbe continuare nella seconda parte dell'anno. Lo scrive il Ministero delle Finanze tedesco nel suo rapporto mensile, nel quale cita, come motivazioni, «il trend di miglioramento della domanda industriale e l'ottimismo rilevato fra gli imprenditori». Sempre secondo il Ministero, il mercato del lavoro dovrebbe stabilizzarsi nei prossimi mesi dopo il minimo dal dicembre 2008 toccato in giugno, e i prezzi al consumo dovrebbero registrare un andamento "tranquillo" per tutto il resto del 2010. Il miglioramento del panorama congiunturale è probabilmente alla base del picco raggiunto nei primi sei mesi dell'anno dai giorni di malattia nelle imprese tedesche. Secondo quanto reso noto dal quotidiano Die Welt, che fa riferimento alle statistiche del ministero tedesco della Sanità, tra gennaio e giugno la media é aumentata del 10% al 3,58% (3,24% nel primo semestre del 2009), pari a 4 giorni lavorativi, con un 3,77% per le donne e un 3,41% per gli uomini. Le statistiche si basano su tutti i lavoratori con copertura assicurativa sanitaria pubblica. Secondo esperti del mercato del lavoro, citati da 'Die Welt', l'aumento é dovuto soprattutto al miglioramento del panorama congiunturale che, generalmente, fa diminuire la paura di perdere il posto di lavoro.

Ci vuole l'agenzia di rating europea !!

Torino, 13 luglio 2010
Torna d'attualità la creazione di un'agenzia di rating europea dopo lo sfogo di Trichet che attacca nuovamente l'oligopolio delle agenzie di rating.
Da La Stampa online di oggi:
"Probabilmente è opportuno non continuare ad avere un oligopolio mondiale di tre agenzie", ha affermato Jean-Claude Trichet nel corso di un'intervista al quotidiano francese Liberation. Dall'inizio della crisi finanziaria nel 2007, ma soprattutto in occasione della crisi greca, le tre grandi agenzie di rating - Fitch, Standard and Poor's, Moody's - sono state bersaglio di severe critiche e additate come un fattore di amplificazione delle crisi: "Le agenzie di rating in generale hanno la tendenza ad amplificare i movimenti al rialzo o al ribasso dei mercati finanziari. (...) Ciò danneggia la stabilità finanziaria" secondo Trichet. Ad inizio maggio, il commissario europeo ai servizi finanziari, Michel Barnier, ha rilanciato l'idea di creare un'agenzia europea, in particolare per valutare il debito pubblico dei Paesi Ue; un'ipotesi cui si sono detti favorevoli anche il capofila dei ministri delle Finanze della zona euro, Jean-Claude Juncker e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble".
Mi piace risottolineare come da tempo ci siano una guerra tra UK e Usa contro l'euro con lobbies scatenate da tempo per portare (o far credere di poratre)  il rapporto euro dollaro a 1:1 nel 2011. Intanto come riporatato nel mio Post precedente Intanto ripropongo uno stralcio delle parole dell'intervista a Bini Smaghi vicepresidente Bce «L’euro non è mai stato in pericolo. Quelli che gli hanno scommesso contro se ne stanno accorgendo a loro spese: stanno perdendo un sacco di soldi».
Vediamo come continuerà questo braccio di forza !! Intanto i large speculators continuano a chiudere posizioni al ribasso al Chicago Mercantile Exchange !!


Necessario cambiare il Patto di stabilità?

Toirno, 12 luglio 2010

Veramente interessanti le dichiarazioni di Bini Smaghi vicepresidente della Banca Centrale Europea perchè finalmente una "voce uffciale" parla con riferimentio concreti della necessità di revisione del "Patto di stabilità" della UE.
Ecco il testo dell'intervista di ieri che si ritrova su La Stampa online a firma di Stefano Lepri:
«Il tetto del 3% del rapporto deficit/pil va abbassato, i bilanci devono tendere al pareggio. I criteri previsti da Maastricht non sono più attuali»
Con i calori dell’estate l’euro è fuori pericolo? Il cambio risale, i timori sulle banche europee si ridimensionano, si diffonde la voce che perfino la Grecia stia facendo sul serio...
«L’euro non è mai stato in pericolo. Quelli che gli hanno scommesso contro se ne stanno accorgendo a loro spese: stanno perdendo un sacco di soldi».
Molti operatori di mercato continuano a predire catastrofi. Si ha l’impressione che vivano in una realtà tutta loro, eccitandosi a vicenda. Forse torneranno all’attacco.
«Non era e non è l’euro il problema. Erano le politiche economiche di alcuni paesi. I loro comportamenti non erano in linea con la partecipazione alla moneta unica. La crisi ha esposto all’evidenza che questi comportamenti non erano più sostenibili. I paesi in questione hanno reagito tardi, sotto la pressione dei mercati, ma hanno reagito. Stanno facendo quello che dovevano fare. Dai dati emerge in modo chiaro che l’aggiustamento dei bilanci pubblici in Europa è più avanzato che negli Stati Uniti».
Invece i giornali americani continuano a dipingere in pessima luce l’Europa. Ma torniamo ai mercati: tendono a esagerare, dall’eccessivo ottimismo pre-crisi a queste successive ondate di pessimismo che si spostano da un bersaglio all’altro. Per placarli, non è che rischiamo di eccedere in austerità?
«Di fatto la stretta sui bilanci pubblici europei comincerà nel 2011. Non mi pare che ci sia nulla di eccessivo in questo. Calcolare quanto le misure di austerità freneranno la ripresa, poi, è un esercizio che ha molti limiti. Si dovrebbe considerare sul serio che cosa sarebbe successo se queste misure non fossero state prese».
Certo i mercati avrebbero reagito male. Però puntavano su ipotesi assurde, vedevano sull’orlo della bancarotta la Spagna, che ha meno di metà del debito dell’Italia...
«I mercati testavano diversi obiettivi per capire quale era il punto debole. Nel caso della Spagna si trattava di ipotesi estreme, fondate sulla previsione di una incapacità del governo di reagire e su parecchi anni di bassa crescita. Ma poi il governo di Madrid ha reagito, tra l’altro con una riforma del mercato del lavoro».
Poi l’attenzione si è spostata dal debito pubblico dei paesi deboli dell’euro alla situazione delle banche anche di paesi forti. È stato proprio il governo spagnolo a sollecitare per primo che fossero pubblicati gli stress test sulle banche, sfidando tedeschi e francesi che riluttavano...
«È stata soprattutto la Banca centrale europea a battersi perché i governi pubblicassero, come sarà fatto il 23 luglio, gli stress test delle banche. È chiaro che le banche potenzialmente fragili dovranno ricapitalizzarsi».
Forse la tempesta è passata. Di sicuro la pagheremo con anni di austerità.
«Insisto che occorre rendersi conto che il mondo è cambiato; era già cambiato prima della crisi. Il limite al deficit pubblico stabilito dal Trattato di Maastricht, 3% del prodotto lordo, era calibrato su una crescita economica media del 3% annuo. Nella prospettiva dei prossimi anni l’area euro può realizzare una crescita di circa la metà. Dunque occorre cambiare quella cifra».
Come? Modificare il Patto di stabilità europeo?
«Sì. Il limite del 3% va abbassato. I bilanci devono tendere al pareggio».
Certi cambiamenti erano già in atto prima della crisi. Avremmo dovuto provvedere a una regola più severa anche se non ci fosse stata la crisi?
«Diciamo che occorre farlo alla luce della crisi. La Germania dà il buon esempio con la sua modifica costituzionale che pone come scadenza il 2016. Ciascun paese deve interiorizzare le regole; altrimenti resterà per i governanti la facile scappatoia di dire "facciamo la manovra perché ce lo impone l’Europa" e l’Europa diventerà sempre più impopolare tra i cittadini».
Forse la Germania aveva bisogno meno di altri, dato che all’opposto di Grecia, Portogallo e Spagna ha i conti con l’estero in ampio attivo.
«Certo la Germania può crescere di più; ma non attraverso la spesa pubblica, che anche lì va ridotta, né diventando meno competitiva. Può riuscirci facendo riforme che liberalizzino il settore dei servizi, aumentandone la produttività; sarebbero i tedeschi stessi i primi a goderne, perché il loro modello tutto puntato alla competitività estera non ha impedito una modesta dinamica dei loro redditi».
Fra i tedeschi è forte il timore di dover pagare il conto per tutti gli altri. Se c’è un elemento di fragilità dell’euro, mi pare la carenza di solidarietà fra nazioni.
«Il sostegno ai paesi in difficoltà non ha comportato finora alcun onere per la Germania. Nemmeno in futuro sarà accettabile che un paese paghi i debiti di un altro paese; l’unione monetaria non è questo, e i tedeschi hanno ragione a respingere quello che chiamano Transferunion. Però dobbiamo essere pronti ad aiuti temporanei, che servono a rimettere in piedi un paese in difficoltà. E in futuro dovremo avere regole il più possibile automatiche che consentano di bloccare le politiche devianti: per questo la Bce propone di rafforzare le proposte del presidente della Ue Herman Van Rompuy per modificare il Patto di stabilità».

Ripresa sì ma disoccupazione record dal 1945

Torino, 8 luglio 2010
La ripresa a livello mondiale c'è ma è fragile. Dai dati del Fmi arriva un qualche conforto controbilanciato però dai dati Ocse sulla disoccupazione. Permangono dunque aspetti contradditori sui dati macroeconomici. Se i paesi emergenti (o almeno considerati tali) fanno da traino nei Paesi industralizzati non c'è ancora tranquillità su vecchi o nuovi "model business" che incoraggino una riorganizzazione degli attori economici che possa tradursi in un "utile d'impresa" da riversarsi come "utile sociale per la collettività". C'è da riflettere se si tratta di un modello economico vecchio e in crisi e se così, soprattutto in Europa, quale strada scegliere per perseguire attività e business che consentano, prima o poi, una ripresa di  occupazione stabile. Innovazione tecnologica, competitività, marketing aggressivo, internazionalizzazione anche delle Pmi, deregulation nei rapporti Imprese - PA, investimenti in ricerca e sviluppo e soprattutto formazione e meritocrazia? L'importante è che ci sia la FERMA convizione da parte degli  attori istituzionali e delle imprese DI "COPIARE" se serve modelli di altri Paesi, se possibile, per "una nuova frontiera dell'economia" !!!
Come riportato dal sito de La Stampa on line di oggi si evince che:
A) L'Fmi rivede al rialzo le stime sul Pil
Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) rivede al rialzo le stime di crescita mondiali per il 2010, mentre lascia invariate quelle per il 2011. Nell’aggiornamento del World Economic Outlook, l’Fmi prevede che l’economia globale si espanderà quest’anno del 4,6%, ovvero 0,4 punti percentuali in più rispetto a quanto previsto in aprile (+4,2%). Per il 2011 la stima è invariata a +4,3%. Riviste in positivo anche le previsioni di crescita per l’Italia nel 2010. Il Fmi prevede che il pil del Belpaese si espanderà quest’anno dello 0,9% a fronte del +0,8% stimato in aprile (+0,1 punti percentuali). Limata invece la stima 2011, quando l’economia è prevista segnare un +1,1% a fronte del +1,2% stimato in aprile (-0,1 punti percentuali).
Le economie avanzate cresceranno quest’anno del 2,6% e il prossimo del 2,4%. Lo prevede il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che rialza le stime di crescita 2010 delle economie avanzate di 0,3 punti percentuali rispetto alle previsioni di aprile, lasciando invariate quelle per il 2011. Per la Cina, il Fmi stima un pil in crescita nel 2010 del 10,5% (+0,5 punti percentuali) mentre per il 2011 l’economia cinese è prevista espandersi del 9,6% (-0,3 punti percentuali). L’economia di Eurolandia, invece, si espanderà nel 2010 dell’1,0% e nel 2011 dell’1,3%. È quanto prevede il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) nell’aggiornamento del World Economic Outlook, nel quale lascia invariata la propria previsione per Eurolandia nel 2010 rispetto alle previsioni di aprile mentre riduce di 0,2 punti percentuali quella del 2011. Per gli Stati Uniti, il Fondo ritocca al rialzo sia la stima 2010 sia quella 2011: l’azienda America crescerà quest’anno del 3,3% (+0,2 punti percentuali) e il prossimo del 2,9% (+0,3 punti percentuali). All’interno di Eurolandia, il Fondo stima per la Germania un pil in aumento dell’1,4% nel 2010 (+0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni di aprile) e dell’1,6% nel 2011 (-0,1 punti percentuali); per la Francia la previsione è di una crescita dell’1,4% quest’anno (-0,1) e dell’1,6% il prossimo (-0,2); per la Spagna l’economia è prevista contrarsi dello 0,4% nel 2010 (stima invariata) e avanzare dello 0,6% (-0,3) nel 2011.
La ripresa globale andrà avanti nonostante le turbolenze sui mercati. Ma i rischi al ribasso sono «sono aumentati notevolmente». Lo afferma il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), prevedendo che l’inflazione resterà moderata nelle economie avanzate, fra l’1,25% e l’1,5% nel 2010 e nel 2011. Date le deboli pressioni inflazionistiche, «la politica monetaria può restare altamente accomodante nel futuro prevedibile nelle economie avanzate. Questo aiuterà a mitigare gli effetti avversi sulla crescita del risanamento fiscale e - osserva il Fmi - al nervosismo dei mercati finanziari. Se rischi al ribasso dovessero materializzarsi, la politica monetaria dovrebbe essere la prima di difesa in molte economie avanzate. In questo scenario, con i tassi di interesse già vicini allo zero nelle maggiori economie, le banche centrali potrebbero dover ricorrere di nuovo a un utilizzo più forte del proprio bilancio per allentare le condizioni monetarie».
Il rischio paese grava sulla stabilità finanziaria, i cui progressi hanno segnato il passo: è necessario agire per riportare fiducia senza mettere a repentaglio la ripresa. Lo afferma il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), invitando a portare avanti gli sforzi per la riforma finanziaria e ad affrontare «alla radice il problema del rischio paese, soprattutto nei paesi dell’area euro finiti sotto pressione». E questo - spiega il Fmi - anche perchè il rischio paese, «senza un’attenzione permanente, potrebbe estendersi» dall’area euro in altre regioni. «La rapida attuazione delle importanti e appropriate decisioni assunte dalle autorità di Eurolandia - aggiunge il Fondo - è un elemento chiave nel calmare i mercati finanziari». «Nella sfera finanziaria, oltre alle forti azioni già prese, la fiducia del mercato trarrebbe grande giovamento da alcune misure». Che, secondo il Fmi, sono: «rendere il fondo europeo da 440 miliardi di euro completamente attivo ora che il difficile compito di realizzarlo è stato compiuto; portare avanti una maggiore trasparenza e credibili stress test per le banche europee. la pubblicazione dei risultati degli stress test in corso è un passo molto importante; attuare soluzioni credibili per gestire le banche deboli; e continuare il programma di liquidità della Bce al mercato secondario dei bond». Per Eurolandia - mette in evidenza il Fmi - è particolarmente importante «coordinare bene le politiche per riportare fiducia»
B) Ocse: disoccupazione record dal 1945
Disoccupazione al massimo dal dopoguerra e 17 milioni di senza lavoro in più. Sono gli allarmanti dati dell’Employment Outlook 2010 dell’Ocse, che invita i governi a riportare il mondo del lavoro in testa alle loro agende. Un’ondata che ha travolto soprattutto le categorie più fragili, in testa i giovani sotto i 25 anni.
In Italia, il fenomeno è particolarmente allarmante: un giovane su quattro (25,4%) oggi è senza lavoro, e quasi uno su due (44,4%) è precario. «La disoccupazione giovanile in Italia continua a crescere, e rischia di toccare presto il 30%, uno dei livelli più elevati tra i Paesi industrializzati - commenta all’Ansa il vicedirettore del centro di ricerca Ocse sull’Occupazione, Stefano Scarpetta - Ma ciò che preoccupa di più è l’aumento dei giovani che non sono nè in formazione nè al lavoro, e non cercano di modificare la loro situazione. Già prima della crisi erano il 15%, un numero elevato rispetto al resto dell’Europa».
Un fenomeno che ha le sue radici, spiega ancora Scarpetta, nell’abbandono scolastico, ma anche in quello che gli esperti chiamano "skill mismatch", ovvero la differenza tra le competenze fornite dalla formazione professionale e quelle richieste dalle aziende. «Per questo - aggiunge - è cruciale stabilire un legame più forte tra scuole e mondo del lavoro». A livello generale, la crisi ha provocato una riduzione della quota di popolazione attiva in Italia di oltre un punto percentuale, al 57,3%, e un aumento del 2% del tasso di disoccupazione, arrivato all’8,7% a maggio 2010. I salari medi inoltre, dicono ancora i dati Ocse, nel nostro Paese restano inferiori alla media, di quasi 10.000 dollari, a 30.794 dollari.
L’impatto della crisi sul mondo del lavoro italiano è stato però attenuato dal ricorso alla cassa integrazione, che ha permesso di ridurre il calo dell’occupazione di circa 4 punti. «Ciò dimostra - commenta sempre Scarpetta - che la cig, e gli altri sussidi simili destinati a lavoratori che non ne avrebbero diritto perchè precari, hanno funzionato». Ciononostante, resta un elemento di inquietudine: «Nella maggior parte degli altri Paesi, la richiesta di accedere a strumenti di riduzione del tempo di lavoro sta ormai diminuendo, ma in Italia non è così, anzi continuano ad aumentare, o comunque rimangono molto elevate. Ciò dimostra che la tensione nel mondo del lavoro non è ancora terminata».
Soddisfatto dei dati il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che apprezza in particolare il riconoscimento della «funzione positiva» degli ammortizzatori sociali. Critica invece la Cgil, che sottolinea come le cifre Ocse confermino «la gravità del problema occupazione in Italia», mentre la Cisl punta l’attenzione sulla «funzione positiva della Cig» e sull«’allarme giovani». La Uil invece si sofferma sui salari «i più bassi» dell’area Ocse.












Euro verso 1,30 contro dollaro ?

Torino, 7 luglio 2010
Riprendendo quanto pubblicato nel mio Post del 28 giugno dal titolo "Euro di nuovo al bivio?" segnalavo quanto gli esperti, con motivazioni diverse, davano del futuro rapporto euro dollaro. Agli scettici dell'euro come John Taylor, a capo di FX-Concept il più importante fondo hedge specializzato nell'investimento in valute, c'è la considerazione che il piano di salvataggio da circa 1.000 miliardi di dollari messo a punto dai vertici europei non funzionerà in assenza di una rivalutazione del dollaro. Taylor si aspetta, infatti, che «l'euro scenda a quota 1 dollaro entro la fine dell'anno». Per contro invece dalle stime degli analisti di Jp Morgan, (relativa al 25 giugno) è emerso che 90 dei 141 intervistati, che rappresentano una capitalizzazione di mercato pari a 2mila miliardi di dollari, sono convinti che l'euro si avvicinerà a quota 1,30 dollari verso dicembre non prima. A mio avviso però come spesso accade in finanza se, e sottolineo se, il mercato ritiene che la tendenza sia questa destinata verso il traguardo di 1,30 spesso si bruciano le tappe  e senza aspettare dicembre, pur con i normali "up and down" l'euro potrebbe ritracciare verso questo livello anche prima, per poi eventualmente scontare in maniera brusca con storni rapidi qualora non sussistessero le condizione economiche previste(risanamento dei bilanci pubblici in primis). Inoltre, nel frattempo, è necessario capire quanto e come il deficit e il debito federale Usa peggiori più o meno del previsto come tutti gli analisti prevedono insieme allo yen del Giappone e alla sterlina inglese sempre a causa dei loro disastrati bilanci !!!!! E anche questo potrà dare una mano all'euro.

Cattive notizie dall'Istat: crollo degli investimenti fissi lordi

Torino, 1 luglio 2010

Questo sì è un dato preoccupante. Si parla di ripresa sì o ripresa no ma il dato pubblicato oggi dall'Istat deve farci riflettere al di là di altri dati macroeconomici che dicono con prudenza che, pur  a macchia di leopardo, c'è una ripresa.
Il mio riferimento è agli investiemnti lordi che scendono del 12,1% con il calo più marcato dal '93.
Ecco l'importante commento dal sito de "La Stampa online" di stasera 1 luglio:
Causa crisi, imprese e amministrazioni pubbliche tagliano la spesa in beni capitali. Gli investimenti fissi lordi nel 2009 segnano, infatti, un crollo del 12,1%, il calo più ampio di sempre, almeno dal 1970, inizio delle serie storiche. E paragonabile solo - con un risultato anche peggiore - alla diminuzione seguita alla precedente crisi del 1992-93, che nel 1993, appunto, portò ad una contrazione dell’11,5%. A dirlo è uno studio dell’Istat, che evidenzia come si sia «accentuata» la relativa fase di contrazione iniziata nel 2008 (-4,0%).
Sotto la lente gli investimenti per macchinari, attrezzature, computer e software, mobili, mezzi di trasporto sino alle costruzioni, dai fabbricati ai capannoni e uffici ma anche le abitazioni, per le quali entrano in campo pure le famiglie. Protagonisti della debacle sono tutti i settori dell’economia: agricoltura, industria e servizi. Ed è l’agricoltura che segna la flessione maggiore in termini percentuali (-17,4%); a seguire l’industria (-14,9%); poi i servizi, con un -10,6%, ma il calo si amplia all’11,3% al netto degli investimenti in abitazioni.
Intanto, la via della ripresa sembra delineata e il 2010 offre segnali più che positivi sulla produzione industriale. Il Centro studi di Confindustria rileva un marcato aumento della produzione, con un incremento a giugno pari all’1,1% su maggio e al 10% nel confronto annuo. Che risulta il maggior rialzo tendenziale dal dicembre 1997 (+9,6%); anche se va sottolineato che il confronto è con dati molto bassi, visto che nel 2009 si sono registrati cali a due cifre, superiori anche al 20%. Bene pure gli ordinativi, che segnano un +1,2% a giugno rispetto a maggio e un +3,3% su base annua. Segnali dunque positivi, tanto che il Csc stima per il secondo trimestre una accelerazione della produzione al 2,5% sul primo (dall’1,7% del precedente) e «un ulteriore recupero» per il terzo trimestre.
Tornando agli investimenti fissi lordi, quelli per addetto, nel 2009 in media ammontano a 9.600 euro, rafforzando la tendenza alla diminuzione manifestatasi già nel 2008 (10.600 euro, contro gli 11.000 euro nel 2007).
In generale, rispetto alla composizione settoriale della spesa per investimenti resta il ruolo dominante del settore dei servizi che, nel 2009, ha effettuato il 68,1% del totale (59,0% al netto delle abitazioni), una quota in crescita rispetto al 67,0% del 2008. Il peso del settore industriale si è ridotto dal 29,3% nel 2008 al 28,3% nel 2009, mentre Š sostanzialmente stabile quello del settore agricolo (3,6% contro il 3,8% nel 2008). Per quanto riguarda la composizione percentuale per tipologia di bene di investimento si evidenzia, invece, sempre per il 2009, un peso crescente degli investimenti in costruzioni (49,5% dal 47,1% del 2008); in flessione, invece, tra gli altri, risulta la quota di investimenti in macchine e attrezzature (dal 27,3% del 2008 al 24,8% del 2009). Quanto allo stock di capitale netto, la sua crescita in termini reali «registra una brusca frenata», attestandosi allo 0,5% rispetto all’1,3% del 2008. La dinamica positiva del 2009 è dovuta esclusivamente alla crescita nel settore dei servizi (+0,9%). Infine, nel 2009 il tasso di crescita degli ammortamenti si attesta allo 0,7%, in rallentamento rispetto all’anno precedente (+1,5%).