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I titoli dei Post hanno un link di riferimento al tema trattato

Economia mondiale ancora ballerina: dal Giappone segnali negativi

Torino, 25 febbraio 2011

E' veramente impressionate il dato sui prezzi al consumo in Giappone che  nel mese di gennaio sono calati dello 0,2%, esclusi i prodotti deperibili. E' il loro 23esimo declino mensile consecutivo. Lo ha annunciato il ministero degli Affari interni. Il declino su base annua e' dell'1%, con un ritmo in costante frenata dopo il record di ribasso del 2,4% segnato in agosto. Inoltre per la prima volta in 22 mesi la bilancia commerciale nipponica è in rosso (vedere per più informazioni il link del titolo).
Paura di deflazione ....forse anche se negli altri Paesi industrializzati ci può essere il timore opposto visto  l'andamento dei prodotti energetici, di altre materie prime ferrose e di alcune alimentari.
Inoltre il ritmo di crescita segnala indicatori alle volte ottimistici per la ripresa altri invece di segno opposto. In Usa i trasporti su strada e ferro misurano importanti segnali di ripresa mentre le vendite di case nuove in gennaio fanno registrare un -12,6% cioè un -2 % rispetto alle attese.
In Francia  i  consumi delle famiglie sono tornati in ribasso in gennaio segnando una flessione dello 0,5% contro un rialzo dello 0,4% in dicembre e dell'1% in media nel 2010. Lo ha annunciato l'Insee, l'istituto di statistica francese, spiegando che la causa primaria e' la fine delle sovvenzioni per l'acquisto di automobili.   
In Germania in Sassonia  i prezzi sono saliti al piu' alto tasso annuale da ottobre 2008 con febbraio con un + 0,5 % rispetto a gennaio e con tasso mediao annuo stimato al + 2,2%.
Incertezza assoluta dunque sul fronte dei tassi che al momento rimangono invariati se si esculde l'aumento voluto ieri dalla Russia che ha alzato il proprio tasso di interesse principale di un quarto di punto all'8%. L'Europa comunque potrebbe esssere tentata al più presto ad una piccola revisione al rialzo se perdura la tendenza al rialzo dei prezzi.
E' per questo che l'Euro sta toccando nuovi  massimi delle ultime tre settimane? Attenzione ai falsi allarmi e guardiamo sempre ai fondamentali del debito pubblico che sono quelli che segnano la tendenza di fondo che al momento depone ancora a favore dell'Europa (euro vs $) ma a livello vicino a 1,40 (che è più che in linea con lo spread tra i dati Usa-Europa nel rapporto Debito/Pil) c'è da stare MOLTO ATTENTI. Occhio anche, come detto nel recente periodo, ad una dinamica di crescita in Usa improvvisamente sostenuta (vista la grande duttilità del mercato del lavoro e della produttività) che può far ripartire i tassi (ora praticamente a zero) e far quindi ritracciare l'Euro.
Presto per dirlo ma ogni dato è ormai significativo !!

La Cina soccorso rosso per i PI(I)GS !!

Come più volte ricordato su questo Blog la Cina è attivissima nella propria strategia di "assets allocation" e come detentore del più alto volume al mondo di riseverve valutarie è da un pò che guarda con sospetto al dollaro e con più benevolenza, anche per ragioni strategiche (economiche e politiche) ad altre valute.
Pertanto può non stupire l'ennesima conferma contenuta nell'articolo pubblicato oggi sul Wallstreetitalia.com e che vi ripropongo: 
"A molti italiani l'idea non piacera' per niente, ma a salvare dal crack fiscale l'Italia potrebbe essere la Cina. Come? Facendo scorpacciata di titoli di stato sul mercato, anche nel caso di un eventuale rialzo dei rendimenti.
"Se e' successo in Portogallo, Grecia e Irlanda, non c'e' ragione per pensare che non possa venire anche il turno dell'Italia", ha detto in un'intervista rilasciata a Wall Street Italia il seguitissimo blogger Joshua Brown, tra i consulenti finanziari leader di Fusion Analytics, a proposito dell'impennata record del tasso di rendimento dei bond dell'area periferica.
Brown non prevede il collasso dell'euro ("non succedera', non lo permetteranno, e' solo il primo vero test per una moneta giovane") ma la crisi del debito sovrano dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) rappresenta sicuramente uno dei rischi sistemici mondiali.
"A salvare l'Italia potrebbe essere la Cina", ha osservato l'analista, aggiungendo che per il principio del do ut des "e' un matrimonio che funzionerebbe, perche' anche Pechino ha bisogno di acquirenti per i suoi prodotti", almeno finche' la domanda interna non salira'. Ma perche' questo accada ci vorra' tantissimo tempo, con le aeree centrali del paese asiatico che sono ancora terre di agricoltori, allo stato brado dell'evoluzione industriale.
Il Dragone sta cercando di muoversi in questa direzione, ma e' gia' impegnato a cercare di contrastare una pericolosa bolla che si sta formando: quella immobiliare. Motivo per il quale Brown sconsiglia vivamente di puntare i propri soldi in Cina, dove "ci sono broker immobiliari ovunque, anche in strada". Una crescita esponenziale che ha costretto il governo a porre dei limiti all'acquisto delle case. "Se si guarda alle statistiche hanno veramente dell'incredibile", ha commentato lo stock advisor, citando il boom delle costruzioni e delle attivita' nel mercato del mattone nell'area periferica e nelle grandi citta'. "Magari perderemo un'occasione di grandi guadagni, ma preferiamo non rischiare", ha continuato Brown parlando delle strategie di investimento del suo gruppo.
Dove invece conviene rischiare e' in Sudafrica e Sudamerica, dove Cile, Peru e Colombia trarranno giovamento dall'accordo di fusione delle rispettive borse stretto di recente. Anche l'Ecuador e il Vietnam offrono buone opportunita'. Quanto agli Stati Uniti, "c'e' ampio spazio per un miglioramento", con numerosi investitori che stanno indirizzando in America i soldi in uscita dai mercati emergenti - si pensi alla crisi che sta attraversando nel 2011 del blocco BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Da tenere sotto stretta osservazione saranno le mosse della Federal Reserve, che potrebbe presto invertire rotta: "sarei scioccato se dovessi vedere i tassi ancora allo zero quest'estate".
Una stretta monetaria obbligata se Washington non vorra' fare la fine dei mercati emergenti, dove la crescita e' strozzata dall'inflazione, come avvenne in Sudamerica a cavallo tra gli anni '70 e '80, una delle maggiori crisi della storia mondiale. Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Peru e Uruguay hanno subito anni di iperinflazione (con tassi medi sino al 121% tra il 1970 e il 1987). In Bolivia i prezzi sono aumentati del 12.000% nel 1985. "Gli Usa non se lo possono permettere", ha osservato Brown. Per ora l'inflazione e' sotto controllo, ma lo scenario tra qualche mese cambiera' e le maglie larghe professate da Ben Bernanke sono destinate a stringersi.
E' indubbio che il rincaro delle risorse di base rappresenta un rischio e a contribuire all'aumento poderoso dei prezzi delle commodity - non e' un segreto - sono anche le speculazioni sui mercati. Basti guardare al caso di Deutsche Bank - segnalato da Brown sul suo blog. La banca ha improvvisamente e senza spiegazioni deciso di interrompere l'emissione del fondo PowerShares DB Agriculture Double Long Exchange Traded Note (DAG). Il veicolo di investimento aveva un'esposizione in mais, farina, semi di soia e zucchero (quattro delle materie prime piu' richieste che hanno riscontrato i rialzi maggiori negli ultimi tempi). Pare che le attivita' su quel fronte avessero raggiunto i limiti della legalita', attirando l'attenzione delle autorita' di controllo della Commodity Futures Trading Commission.
Come scelte settoriali, per avere rialzi annuali pari al 10% senza correre troppi rischi Brown non ha dubbi su quale sia la strategia da adottare: "puntare sui gruppi economicamente piu' resistenti nel tempo che garantiscono anche maggiore crescita", ovvero "i grandi nomi dell'energia e della tecnologia, che si 'fonderanno' in una sola industria in futuro, quando ci sara' bisogno di sviluppare energie alternative all'inflazionato carburante", area in cui si verifichera' "una vera esplosione della domanda".
Da inizio anno il petrolio e' sottoposto a forti pressioni nei mercati energetici e ora che i problemi nell'area mediorientale si stanno intensificando sempre piu', a causa delle rivolte in Libia, ma non solo. Anche in Yemen, Algeria, Arabia Saudita, Giordania e Bahrein, cui si sono aggiunte le tensioni tra Israele e Iran.
"Non hanno piu' opzioni", sostiene Brown riferendosi a Giordania e Arabia Saudita che hanno gia' cecato di sfruttare i mezzi politici ed economici - sopratutto a livello di risorse - a loro disposizione per tenere a bada la popolazione. Con le dovute differenze, i motivi delle rivolte sono principalmente da ricercare nel carovita e nella crisi occupazionale.
Infine un pensiero rivolto alla semiparalisi economico politica italiana, dove "la tradizione sta intralciando la crescita". Brown non crede piu' "nel romanticismo del 'Made in Italy'", sottolineando che "non e' piu' cosi' che funziona il mondo". E il discorso non riguarda solo il business dell'abbigliamento, ma si puo' estendere a tutti i settori. Gli Stati Uniti da parte loro hanno invece il problema opposto: "da noi non gira valore reale, ci facciamo causa a vicenda, ci vendiamo assicurazioni a vicenda, speculiamo. Ma cosi' circolano solo attivita' non produttive".

Come si fa turismo: l'esempio di Berlino

Torino, 21 febbraio 2011

Oggi parentesi sull'economia  turistica. E'davvero impressionante come la città di Berlino produca una parte consistente del suo  Pil con il turismo. Città dai mille musei, multietnica e perciò multiculturale attrae giovani e non da tutto il mondo. Su circa 3.500.000 abitanti 500.000 sono rappresentativi di 100 etnie diverse. Flussi turistici e business ne fanno una città in pieno sviluppo anche se con Pil inferiore al resto della Germania in quanto, se pur essendo passati più di ventanni dalla caduta del muro, soffre ancora di una "rigidità del sistema economico est/ovest" ancora con tanti lacci e lacciuli ma gode anche di ottimi incentivi soprattutto per il lancio e la permanenza di attività professionali e business.
 L' Istituto di ricerca tedesco WBP ha condotto un'indagine sulla città ed è giunto a queste conclusioni sul 2010:
-  Il Pil a Berlino è cresciuto del 2,2% rispetto al 2009
- Circa 150 imprese hanno contribuito alla creazione di 4.540 nuovi posti di lavoro una cifra più che  doppia rispetto al 2009
- La Wyeth di Pfize si è trasferita nel centro della città contribuendo alla creazione di oltre 700 posti di lavoro.
- La Siemens ha pianificato investimenti  in Berlino in R & D per oltre 100 milioni di euro entro il 2015.
E come si diceva all'inizio un significativo contributo al Pil della città è dato dal turismo.
Da inizio anni 2000 ad oggi le presenze turistiche sono passate da 5 milioni a 9 milioni,  l’80% in più, con più di 20 milioni di passaggi in strutture ricettive per almeno una notte.
Tra le mille attrazzioni vale la pena di segnalare IL MUSEO PERGAMO.
Con 950.000 visitatori all'anno è il museo d'arte e di archeologia più visitato della Germania.
Il Museo di Pergamo (Pergamonmuseum) si trova sull'isola dei musei non lontano dal Duomo di Berlino ed è una tappa obbligatoria per chi visita Berlino. Anche chi non si interessa particolarmente di arte o di archeologia rimarrà impressionato soprattutto dalle opere monumentali che ospita il museo.
Il museo prende il nome dall'antica città di Pergamo in Turchia dove sono state trovate la maggior parte delle opere esposte. In realtà il museo ospita tre collezioni diverse:
- la collezione di arte antica (Antikensammlung)
- il museo dell'Asia Anteriore (Vorderasiatisches Museum)
- Il museo dell'arte islamica (Museum für islamische Kunst)

L'altare di Pergamo, nella collezione di arte antica, è l'attrazione più importante del museo.
Nel 1878 l'archeologo tedesco Carl Human cominciò una vasta campagna di scavi nella città di Pergamo che in otto anni portò alla scoperta di una acropoli di inestimabile valore artistico ed archeologico. L'accordo fatto con il governo turco prevedeva che Human poteva portare in Germania metà delle opere scoperte, metà doveva invece rimanere in Turchia. Così Human riuscì a portare a Berlino il fregio che circonda la base del tempio di Pergamo, lungo 170 metri, che oggi costituisce la parte più preziosa del tempio esposto nel museo. La parte soprastante è una ricostruzione dell'originale rimasto in Turchia.
La porta del mercato di Milet, un'altra ricostruzione monumentale del museo.
Nell'antichità, la città di Milet era una delle città greche più importanti e ricche sulla costa dell'Asia minore. La porta del mercato (vedi la foto sopra) fu costruita intorno al 180 a.C. La porta fu distrutta durante il medioevo, ma nel 1903 furono scoperte le sue rovine durante gli scavi di due archeologi tedeschi (Theodor Wiegand e Hubert Knackfuß) e furono portate in Germania, con un accordo simile a quello fatto per l'altare di Pergamo. La ricostruzione nel museo di Pergamo ha aggiunto le parti mancanti della porta, non trovate durante gli scavi.
La Porta di Ishtar a Babilonia, nel museo dell'Asia anteriore.
La Porta di Ishtar fu costruita a Babilonia nel VI secolo a.C. e ricostruita a Berlino nel 1936 insieme alla bellissima strada delle processioni. Oggi costituisce l'attrazione più importante del museo dell'Asia Anteriore (Vorderasiatisches Museum) all'interno del museo di Pergamo.
Le opere descritte sopra sono solo quelle più vistose e monumentali del museo. Rappresentano certamente il richiamo più forte per attirare turisti da tutto il mondo, ma oltre ad esse il museo di Pergamo ospita tantissime altre opere belle e interessanti.
A partire dal 2008 il museo ha subito significative ristrutturazioni ancora in parte in corso.  






Tremonti: per i debiti pubblici accordo su tutto o su niente

Torino, 16 febbario 2011

Anche ieri è stato rimarcato da Tremonti la necessità nell'Ecofin risolutivo di marzo di calcolare nei debiti dei Paesi anche il settore privato.
Riproponiamo un interessante articolo apparso oggi su IL Sole 24 ore online:

«Non ci sarà accordo su niente se non c'è accordo su tutto». Lo ha detto, riferendosi ai debiti pubblici, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella conferenza stampa al termine dell'Ecofin. «L'Italia - ha aggiunto - è a favore di una maggiore disciplina sul fronte del debito pubblico, ma non pensa che venga presa in considerazione anche la finanza privata dei Paesi». Secondo Tremonti però «alla fine la posizione dell'Italia passerà».
Per il ministro dell'Economia «i prossimi consigli Ue si chiuderanno in modo positivo per l'Italia in relazione alla valutazione del debito pubblico». L'aspetto positivo del negoziato in corso, ha detto Tremonti, implica che ci sarà un'indicazione sulla «dinamica di correzione del debito pubblico mitigata dall'indicazione che saranno tenuti in considerazione altri fattori rilevanti». Il ministro ha citato l'andamento del debito privato, quello dell'economia, la situazione del sistema bancario. Non passerà, in sostanza, un'impostazione all'insegna dell'automatismo. Le nuove regole entreranno in vigore dal 2015, dice Tremonti: «Siamo a favore di una disciplina maggiore sul debito pubblico, ma che sia allineata ad altri fattori rilevanti: per la forza della ragione passerà la posizione italiana». Riguardo alla stima rilasciata oggi dall'Istat sul Pil italiano, il ministro ha commentato «siamo contenti della crescita del Pil all'1,1% (nel 2010, ndr), ma dobbiamo fare molto di più».
Tremonti ha auspicato che «la sorveglianza macroeconomica della Bce non si deve limitare solo al controllo della finanza pubblica ma anche a quello della finanza privata. Per questo ho chiesto alla banca centrale un esame su cio che è successo in questi anni sul fronte della finanza privata e di aggiornarci di volta in volta in futuro».
Infine, un giudizio sul piano competitività presentato da Francia-Germania, che in tutti i suoi punti - dall'abolizione dell'indicizzazione dei salari all'innalzamento dell'età pensionabile, fino alla regola dell'indebitamento nelle costituzioni - «a noi va bene». Tremonti ha sottolineato che in ogni caso sarebbe meglio evitare «diktat».



La Cina si espande sempre di più

Torino, 15 febbraio 2011

Se c'erano dubbi che il vero padrone del mondo in questo millennio è la Cina un'ennesima riprova viene dalle opere faraoniche in progetto in varie parti del mondo.
Ecco un interessante articolo di Francesco Semprini da La Stampa online di oggi:


I cinesi vogliono costruire in Colombia una linea ferroviaria alternativa al Canale e in Asia pensano di tagliare il Sud della Thailandia per farci passare le navi

Pechino punta su Bogotà per spostare a suo favore gli equilibri commerciali delle Americhe. La Cina è in trattative per costruire una rete ferroviaria in grado di collegare la costa atlantica a quella pacifica della Colombia e rimettere in discussione così lo strapotere del canale di Panama. Il «dry canal», o «corridoio a rotaia» è un’ulteriore prova dell’aggressiva politica di penetrazione con cui, ad Est come ad Ovest, Pechino vuole imporre la propria egemonia commerciale.
Ne è parte integrante ad esempio, il progetto di ricavare nell’Istmo di Kra, in Thailandia, un nuovo sbocco tra Oceano Indiano e Pacifico. «E’ una proposta reale e la trattativa è in fase avanzata - spiega al Financial Times il presidente colombiano Manuel Santos - Gli studi si basano principalmente sui costi per tonnellata del trasporto delle merci, e sino ad ora l’investimento appare conveniente».
Il «dry canal» (canale asciutto) si estenderà per 220 chilometri unendo la costa del Pacifico a una nuova cittadina nei pressi di Cartagena, dove le merci cinesi verranno riassemblate e faranno rotta verso le diverse destinazioni del continente americano. Le materie prime colombiane invece seguiranno la direzione opposta verso la Cina. «Non voglio creare attese esagerate ma il progetto ha un significato importante - prosegue Santos -.
La Cina del resto è il nuovo motore dell’economia globale». La Colombia auspica da tempo la creazione di una via di comunicazione alternativa al canale che si estende per 81,1 km sull’istmo di Panama. Sebbene Bogotà sia il principale alleato degli Stati Uniti in America Latina, dove ora svolge il ruolo di bastione contro le derive socialiste del vicino Venezuela, negli ultimi tempi ha lamentato lo stallo del trattato di libero scambio a Washington.
L’accordo è stato infatti siglato da entrambi i governi quattro anni fa ma ancora deve essere ratificato dal Congresso Usa. Il progetto del corridoio a rotaia è usato come leva sull’alleato americano, anche se il nuovo asse con Pechino è un dato di fatto visto che negli ultimi anni le relazioni commerciali tra Cina e Colombia si sono più che rafforzate. Il valore complessivo degli scambi è cresciuto dai 10 milioni di dollari del 1998 ai 5 miliardi del 2010, e il Paese del Dragone è divenuto il secondo partner commerciale della nazione latino-americana, alle spalle degli Usa.
Il «dry canal» del resto è solo il progetto di punta di un vasto programma con il quale la Cina è pronta a finanziarie il rafforzamento della rete infrastrutturale e dei trasporti col partner latino-americano. Tra gli altri ad esempio c’è la realizzazione una nuova rete ferroviaria di 791 km e l’ampliamento del porto di Bonaventura sul Pacifico. Si tratta di progetti del valore di 7,6 miliardi di dollari che saranno finanziati dalla Chinese Development Bank e gestiti dalla China Railway Group.
In cambio Pechino punta a mettere una seria ipoteca sui giacimenti di carbone di cui la Colombia è il quinto produttore mondiale, ma che sino ad oggi veniva esportato passando attraverso i porti dell’Atlantico. Alcuni dubitano della reale competitività del «Dry canal», specie alla luce del progetto da 5,25 miliardi di dollari per l’ampliamento del canale di Panama, che sarà completato in occasione del centenario nel 2014.
Tuttavia il «corridoio a rotaia» conferma le ambizioni di Pechino nei confronti delle economie in via di sviluppo alle quali negli ultimi due anni le banche cinesi hanno concesso prestiti superiori a quelli erogati dalla Banca mondiale. La conferma giunge da «Monsoon: L’Oceano Indiano e il futuro del potere americano », un recente libro dello scrittore e giornalista Robert Kaplan.
Nel capitolo sulla « Strategia cinese dei due Oceani », Kaplan racconta di un monumentale progetto da 20 miliardi di dollari con il quale i cinesi vogliono scavare l’istmo di Kra nella Thailandia meridionale per creare una via navigabile «rivale al canale di Panama» (Pechino ha reso pubbliche tali sue intenzioni nel 2005: aveva parlato di dieci anni di lavori con l’impiego di 30 mila operai).
In questo modo i mercantili eviterebbero di attraversare lo stretto di Malacca, tra Malesia e Indonesia, un tratto di mare pericoloso e infestato dai pirati, consentendo al Paese del Dragone - risparmiando giorni di navigazione per le sue merci sulla rotta Est/ Ovest di diventare la potenza marittima dei due oceani, e di rafforzare la sua influenza anche nel Sud-Est asiatico.


Bce: necessario sempre più rigore nei conti pubblici

Torino, 11 febbraio 2011

La ricerca di rigore nei Conti Pubblici perseguita soprattutto dalla Ue (più che dal governo Usa) indica la pervicacia della Germania nel tenere la barra dei Conti Pubblici nel verso di un rientro rapido e consistente. L agermania come nazioneleader in Europa ha la forza politica e d economica per poi "imporla" ai suoi partners europei-zona euro poichè da sempre (dalle Repubblica di Weimar in poi ... sembra uno scherzo andare così lontano nel tempo ma i tedeschi sono tedeschi !!) ha dato un'enorme importanza non tanto al giusto rientro di squilibri di cassa che nell'ultimo ventennio rispetto al Pil (sia per il deficit che per il debito) avevano assunto valori pericolosi ed esagerati ma il timore di un'inflazione che potrebbe rialzare la testa (segnali c'è ne sono) rendere l'Europa (vedi Germania) in prima fila per "far rigare tutti dritti". Vedremo se al prossimo Ecofin poco dopo metà marzo verranno prese quelle misure efficaci e definitive di stabilizzazione prima e rientro poi dagli squilibri dei vari debiti.
Al riguardo propongo l'interessante articolo di oggi su La Stampa online dal bollettino mensile della Bce:
La Bce ai governi:

"Risanare i conti"
Cresce l'allerta inflazione
La Bce striglia i paesi dell'area euro a procedere con speditezza al risanamento dei conti pubblici. ''E' ormai indispensabile che nel 2011 tutti i governi diano piena attuazione ai rispettivi piani di risanamento'' e dove è necessario ''devono essere prontamente applicate ulteriori misure correttive per progredire nel conseguimento della sostenibilità delle finanze pubbliche''. Nell'ultimo bollettino mensile la Bce afferma che oltre l'orizzonte del 2011 ''occorre che i paesi specifichino interventi concreti nell'ambito dei rispettivi programmi di risanamento pluriennali, a sostegno della credibilità degli obiettivi fissati''. L'esperienza insegna che il contenimento della spesa è una tappa importante verso la realizzazione e il mantenimento di finanze pubbliche solide, in particolare se inquadrato in norme nazionali vincolanti. tale impegno contribuisce a rafforzare la fiducia nella sostenibilità dei conti pubblici, riduce i premi per il rischio di interesse e migliora le condizioni per una crescita solida e durevole.
La ripresa economica nell’area euro prosegue, con segnali di crescita del prodotto interno lordo anche agli inizi del 2011. E i dati suggeriscono «un’ulteriore stabilizzazione della disoccupazione nell’area euro nei mesi a venire». A scriverlo è la Banca centrale europea nel suo bollettino mensile, secondo cui i dati più recenti «confermano in generale la dinamica di fondo positiva dell’attività economica nell’area dell’euro».
La Banca centrale europea aumenta il livello di allerta per l’inflazione nei diciassette Paesi dell’euro. «I rischi per le prospettive di medio periodo circa l’andamento dei prezzi - si legge nel bollettino mensile della Bce - permangono sostanzialmente bilanciati ma, come rilevato in gennaio, potrebbero orientarsi verso l’alto». L’inflazione dovrebbe collocarsi all’1,9% nel 2011, in deciso rialzo rispetto all’1,5% stimato tre mesi fa. Sono i risultati delle proiezioni degli esperti economici dell’Eurosistema raccolte dalla Banca centrale europea e sintetizzate oggi sul bollettino mensile. Prezzi in accelerazione anche nel 2012 (a 1,8% dall’1,6% della precedente rilevazione trimestrali) e nel 2015 (2% da 1,9%). Ritocco in rialzo anche per le stime di crescita (nel 2011 a 1,6% da 1,5%, nel 2015 a 1,9% da 1,8%), mentre viene limata al 9,9% (dal 10%) la previsione di disoccupazione per il 2011.

Germania e Francia in prima fila a difesa dell'euro !!

Torino, 5 febbraio 2011

Come più volte detto l'euro (l'Europa-zona euro) sta meglio del dollaro cioè sia dell'economia Usa ma soprattutto in paragone con il suo debito pubblico.
Da qui, se ci fossero dubbi, della volontà di tener alto il profilo della moneta unica anche in futuro soprattutto da parte di Francia e Germania.
Ciò non vuol dire che oscillazioni nella fascia 1,30 - 1,40 sono sempre da tenere in conto. L'unica variabile che potrebbe muovere il dollaro in sù sull'euro sarebbero notizie su un'inaspettata accelerazione dell'economia Usa con conseguente rialzo dei tassi ....vedremo.
Da "Il Giornale" di oggi   .... nel frattempo:
Francia e Germania lavorano insieme, mano nella mano, per difendere l’euro». Le parole di Nicolas Sarkozy rendono alla perfezione l’armonia e l’unità d’intenti che legano il presidente francese al cancelliere tedesco Angela Merkel. Peccato, però, che buona parte dell’euro zona non convenga affatto sulla ricetta proposta dall’asse franco-tedesco per rendere la moneta unica un fortino inattaccabile. Ieri, a Bruxelles, i lavori del Consiglio Ue hanno dato ulteriore prova della distanza che separa il Patto per la competitività messo a punto da Berlino e Parigi da quanti temono una “germanizzazione“ di Eurolandia.
Anche su un altro punto cruciale quale il rafforzamento del fondo salva-Stati, l’accordo di principio raggiunto ieri dai capi di Stato e di governo non definisce nulla, lasciando ai ministri finanziari il compito di trovare la quadratura del cerchio sia sulla dotazione finanziaria dell’Efsf, sia sulla possibilità di permettere al fondo di acquistare titoli di Stato. Le decisioni finali dovrebbero essere prese a fine marzo (il 24 e il 25 a Bruxelles), quando si riuniranno di nuovo i leader della Ue. Qualche giorni primo (dopo il 9, sempre nella capitale belga) si riuniranno i capi di stato e di governo dell’Unione monetaria per fare il punto sulle discussioni.
Ma se sul nuovo fondo sembra possibile una convergenza, più complicato appare il cammino del Patto di competitività. Ieri, prima dell’inizio del vertice, è risuonato secco il no del premier belga, Yves Leterme, spalleggiato dal ministro polacco degli Affari europei, Mikolaj Dowgielewicz. Il Belgio sarebbe tra i Paesi più colpiti dalla nuova governance, dal momento che sarebbe costretto a eliminare l’attuale indicizzazione dei salari, ma l’irritazione si è colta nei giorni scorsi anche nelle dichiarazioni del presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, e del numero uno dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. E anche diversi leader si sono dichiarati «sorpresi» per il modo in cui la proposta è stata lanciata, quasi come un «prendere o lasciar», stando a fonti diplomatiche. Non a caso, la riunione di ieri si è protratta per ore, anche se il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, ha detto che «non sono state fatte proposte concrete da parte nè della Francia nè della Germania». Quanto alle polemiche sulla forzatura franco-tedesca su un modello di governance caro alla Bce e centrato sulle intese tra i governi, stando a fonti comunitarie, i Ventisette concordano su un principio: qualsiasi azione che riguardi i Paesi dell’euro zona sarà condotta «nel rispetto del Trattato» (che appunto attribuisce alla Commissione un ruolo fondamentale nell’analisi e di monopolio per quanto riguarda l’iniziativa legislativa). D’altro canto, segnalano altre fonti, la maggior parte degli elementi indicati da Francia e Germania (dall’età pensionabile alle politiche salariali fino al rispetto rigoroso dei parametri di Maastricht) già fanno parte della complessa architettura del Patto di stabilità e delle priorità economiche comuni e sono già inseriti nelle proposte di riforma delle regole di bilancio avanzate dalla Commissione europea e in discussione all’Ecofin e all’Europarlamento (che prenderanno la decisione finale).

Timori d'inflazione

Torino, 3 febbario 2011

Se c'è un indicatore che spaventa davvero tutti e un ritorno dell'inflazione. E quello che sta succedendo sui mercati dei prodotti alimentari è un brutto segno.
Una recente indagine della Fao dà le seguente indicazioni (da Wallstreetitalia.com di oggi):
Allarme prezzi commodities, e non solo per il petrolio. La Fao ha reso noto infatti che i prezzi globali dei beni alimentari hanno testato un valore record nel mese di gennaio e ha aggiunto anche che il trend è destinato a rimanere al rialzo.
L'indice, noto come "Fao Food Price Index" e stilato dalla Fao, è salito di fatto per il settimo mese consecutivo, toccando il record in termini nominali dal 1990 - ovvero da quando l'indice ha iniziato a essere calcolato - a 230,7 punti.
Il valore supera così il precedente record pari a 224,1 testato nel giugno del 2008, ovvero nella precedente crisi alimentare del 2007/2008 e si conferma superiore anche rispetto ai 223,1 punti di dicembre.
E' innegabile: il mondo ha fame. Proprio per questo i prezzi salgono, perchè l'offerta non riesce più a soddisfare la domanda del globo intero, complici la forte siccità che ha colpito il Mar Nero l'anno scorso, le pesanti piogge in Australia e le temperature secche in Argentina. E la notizia arriva proprio nel pieno della crisi egiziana e dopo le proteste tunisine che hanno provocato la cacciata del presidente poche settimane fa.
Per avere una visione più chiara del caro-prezzi, è importante esaminare, come fa anche Reuters, i sottoindici che compongono il paniere di riferimento e che ripropongono la performance dei cereali, dei latticini, della carne e dello zucchero.  Precisamente, il sottoindice dello zucchero è balzato al massimo di sempre a 420,2 punti dai 398,4 punti di dicembre. La componente dei cereali, che include riso, mais e grano, è salita a 244,8 punti, al record dal luglio del 2008, ma al di sotto del picco testato nell'aprile del 2008.
La componente petrolifera è aumentata a 277,7 punti a gennaio dai 263 punti di dicembre, avvicinandosi ai massimi del giugno del 2008.

E' necesaria una banca per l'innovazione

Torino, 3 febbario 2011

Facendo seguito all'articolo di ieri sull'importanza dello sviluppo dell'innovazione segnaliamo la "Lectio Magistralis" tenuta ieri alla Camera dei deputati dal premio nobel per l'economia Edmund Phelps insieme ad altri relatori:
Ecco il testo ripreso da Il sole 24 ore online di oggi:
Dare vita a un nucleo di banche per l'innovazione, pensate per sostenere le aziende ad alto contenuto creativo e finanziate da denaro pubblico. È l'invito che il premio Nobel per l'economia, Edmund Phelps, sta portando da qualche tempo in giro per il mondo. E che oggi è stato rivolto a tutti gli attori della politica e dell'economia italiana nel corso del convegno "Per rifare l'Italia", svoltosi a Roma presso la Camera dei deputati.
Phelps (Nobel economia) : Interessi proporzionati al rischio
«Non sarà una panacea - ha proseguito Phelps -, ma è un passo nella direzione giusta e porterà dei benefici. È un momento di crisi economica per l'Italia e per gli altri paesi: bisogna ricreare lo spirito d'impresa e dare vita a istituzioni che diano gli strumenti adeguati alle persone». Il Nobel ha poi ricordato che «non è insolito vedere istituzioni finanziarie che si occupano di infrastrutture o agricoltura, ma è difficile trovare qualcuno che lavori sull'innovazione». Il sostegno pubblico all'iniziativa dovrebbe consentire a questi istituti di prestare denaro a condizioni migliori rispetto a quelle di mercato, «a tassi di interesse proporzionati con il rischio dell'impresa proposta». Per Phelps il nostro Paese «primeggia da molti punti di vista e si giova di una grande concorrenza: sembrerebbe il candidato ideale a questo tipo di spinta per l'innovazione».
Fini (Presidente Camera): premiare il merito e l'intraprendenza
Lo spunto è stato raccolto dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha definito l'Italia «una comunità che non indica le scorciatoie della furbizia e che non vive alla giornata, ma che sa preparare il futuro premiando il merito e l'intraprendenza». Nella quale, quindi, una banca con queste caratteristiche troverebbe terreno ideale. Meno entusiasti dell'idea gli esponenti del mondo economico.
Bernabé (a.d. Telecom) : serve meno burocrazia
«Di innovazione in tema di finanza – ha detto l'amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè - si è cercato di farne moltissima. Posso citare i casi di Gepi, Agensud e molti altri: un cimitero di cadaveri fatti per stimolare l'innovazione. La strada non è quella». Non servono soldi, ma semplificazioni: «La verità è che in Italia se vi mettete a fare impresa vi caricate una serie di costi che sono ingestibili. Il programma per l'innovazione è molto semplice: bastano meno tasse, meno burocrazia e meno rigidità sul mercato del lavoro».
Passera (a.d. Intesa San Poalo): meglio un fondo di garanzia
È essenzialmente d'accordo con lui l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, più favorevole a un pacchetto eterogeneo di strumenti di intervento: «Non trovo sbagliata l'iniziativa di una banca per l'innovazione, ma vedrei meglio un fondo di garanzia che supporti i soggetti che investono in innovazione e che hanno le competenze per farlo». In questo modo si potrebbe moltiplicare l'efficacia d'azione dello strumento, che non agendo direttamente potrebbe avere una leva maggiore, da sfruttare in più operazioni. Allo stesso tempo, bisogna battere altre strade. Ad esempio, conclude Passera, «porsi il tema del premio fiscale all'innovazione e dotarsi di una normativa sul venture capital, perché non averne una adeguata oggi è un vero problema».
N.B. Nel rimando del titolo la biografia di Edmund Phelps







L'importanza dell'innovazione

Torino, 2 febbario 2010

Se si ragiona sulla crescita tanto auspicata, a parte i consumi che con i loro 60 -70 % sul Pil nei Paesi Industrializzati agiscono come prima spinta per la ripresa, non bisogna mai dimenticare il ruolo decisivo dell'innovazione, intesa come quella di processo e prodotto, per far sì che un altro importante volano crei ricchezza, sviluppo e occupazione immediata specialistica ed in fututro per l' indotto.
Dunque ritengo utile riproporre, in attesa di un resoconto dell'intervento di oggi alla Camera presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio del Premio Nobel per l'Economia, Edmund Phelps, su "L'esigenza di una Banca per l'innovazione", quanto pubblicato sul sito italiano dell'Unione Europea sulla necessità di un'Europa più competitiva.
Ecco il testo:
L'unica via per la crescita: l'innovazione
Se l'Unione europea ha una speranza di mantenere la sua posizione di protagonista sulla scena mondiale in termini di sviluppo economico, e di guardare al futuro con ottimismo sul fronte della qualità di vita e dell'occupazione, la strada è una sola: quella della valorizzazione delle competenze che si percorre a base di ricerca e innovazione. Questa è la conclusione strategica che emerge dallo "European Innovation Scoreboard", appena presentato dalla Commissione europea.
Eppure continuano a rimanere forti differenze, sia all'interno dell'UE tra i differenti Paesi, sia tra l'Unione e le altre macroregioni del pianeta. Il differenziale con potenze economiche tradizionali come Stati Uniti e Giappone non si chiude, e grandi Paesi che ormai più che emergenti si dovrebbero chiamare "emersi" come Cina o Brasile stanno recuperando in fretta, anche sul terreno dell'innovazione. Che l'Unione mantenga un chiaro vantaggio su altri Paesi emergenti come India o Russia è una magra consolazione. Gli strumenti esistenti vanno potenziati e, se occorre, semplificati, come la Commissione ha recentemente fatto sull'accesso delle PMI al Settimo programma quadro per la ricerca.
Anche le forti differenze che rimangono tra i 27 Paesi UE non sono un gran bel segnale. La Svezia domina la classifica europea, e l'Italia sta nel gruppo dei Paesi definiti "innovatori moderati", ovvero un po' sotto la media europea. Inoltre, il metodo ritenuto più efficace per rendere concreti i benefici degli sforzi sull'innovazione, quello del partenariato tra pubblico e privato, basato su una forte partecipazione dell'industria e di stretti legami con l'Università e il mondo della ricerca, non è ancora utilizzato secondo le sue enormi potenzialità.
Insomma: l'Unione deve investire di più e in fretta su innovazione e competenze per mantenere la propria competitività. Questo è ormai un postulato, e da questa base dipende l'efficacia di tutte le altre misure che vengono prese per stimolare la crescita e l'innovazione. Il successo della nuova direzione di politica economica e industriale europea, che rimette dopo molti anni al centro della scena il manifatturiero e la piccola e media impresa dipende dalla capacità di creare un quadro propizio all'innovazione dipende da questi fattori. Gli strumenti essenziali sono il cluster, la rete d'impresa, il sostegno all'innovazione di processo e di prodotto e quello all'internazionalizzazione come antidoto alla delocalizzazione. Questo vale per l'Unione europea in generale, ma soprattutto per il particolare contesto economico e produttivo di un Paese come l'Italia.
Soltanto in un contesto del genere prendono poi valore tutte le altre iniziative a supporto della crescita, la cui frequenza è aumentata moltissimo negli ultimi mesi grazie al quadro fornito dalla strategia "Europa 2020". Per restare sull'attualità, si può citare la strategia sulle materie prime presentata oggi dalla Commissione per migliorare la legislazione, il funzionamento e la trasparenza del mercato del settore, in balia dell'instabilità dei prezzi a livello mondiale per una molteplici ragioni. Oppure, le proposte in discussione all'interno della Commissione sul problema dell'arrivo in Europa degli investimenti da altri continenti, che sono sempre benvenuti se valorizzano il reciproco interesse industriale e commerciale di chi li fa e di chi li riceve. E così via, sul percorso verso la crescita sostenibile e intelligente che l'Europa e i suoi Paesi devono perseguire con più convinzione.


Matteo Fornara

Rappresentanza a Milano